È NBA d’agosto

Ok, con colpevole differita, arriviamo in coda con la reattività di un grande mammifero spiaggiato, paralizzato dal caldo, incapace di coprire pochi passi per giungere al bagnasciuga e rinfrescarsi.
Se ci concedete il ritardo, sopporterete anche le metafore vacanziere, spero.

Del resto è NBA d’agosto, anche se leggermente diversa dall’abituale Summer League (usando un eufemismo).

Che faccio, azzardo uno spiegone del tipo “nelle puntate precedenti”?

Quello per cui in principio fu il Gobert superficiale che tocca i microfoni, impesta uno spogliatoio e chiude una lega, in epoca dove anche il presidentissimo statunitense ritiene che ‘sto COVID non è poi la gran preoccupazione blaterata in Europa?
Non credo serva davvero, anche perché di tempo per seguire le lente evoluzioni che hanno portato alla Orlando’s Bubble, ne abbiamo avuto. Anche troppo, per bollare il visionario delirio silveriano come “fallimentare a prescindere”, “insicuro”, “irrispettoso della situazione sanitaria nazionale”, in una America che nel frattempo ha visto i contagi non smettere mai di crescere, passando per l’omicidio Floyd, le manifestazioni al grido di “Black Lives Matter” ed il disastro numerico in Florida.
Si, lo Stato scelto da subito come “COVID free” pensando al clima torrido come antidoto alla diffusione, salvo arrendersi alle evidenze.
Eppure, ancora una volta, quelli della National Basketball Association sembrano esser riusciti a dettare l’agenda sportiva mondiale, inventandosi un autentico esperimento destinato a far scuola in questi tristi ed incerti tempi che stiamo vivendo.
La Bubble è probabilmente uno dei luoghi più sicuri del pianeta per adesso – lo ha detto pure Popovich – anche grazie ai continui test, forte di uno sfondo come quello di Disneyworld, la cosa più distante possibile dai tristi lockdown in pochi metri – e senza balcone – che abbiamo sperimentato anche noi, in tempi non sospetti.

Che ci fosse un prezzo da pagare – in attesa dei gustosi playoff in rampa di lancio – era più che prevedibile.
Se la lotta per la post season ad ovest appariva tanto intrigante da meritare una chance, quella ad est stava tutto all’opposto.
Quindi, per goderci l’arrembaggio di Blazers, Suns, Pelicans e Spurs verso l’ottava piazza occupata dai Grizzlies, toccava sopportare l’inserimento dei falcidiati Wizards dall’altra parte. Privi di Wall e Beal, a far finta di scontrarsi contro i Nets (o meglio, la loro versione da G League considerando la lista infinita di assenze) ed i padroni di casa dei Magic.
Tutto ampiamente programmato – intendo, una serie di partite inutili al limite del guardabile – e reso meno amaro dall’esplosione di Booker, la determinazione di Lillard, l’eroismo di Ja Morant e non solo.
Il tutto mentre “le favorite” cercano di riassestarsi (che fatica, per i Lakers), facendo i conti talvolta anche con la sfiga (la stagione finita di Ben Simmons suona come pietra tombale per i Sixers), in attesa del momento più entusiasmante, quello per cui i fans vivono, destinato a concludersi a ottobre inoltrato nella migliore delle ipotesi.

Insomma, it’s a whole new game, ci hanno detto subito. E per quanto riguarda il primo mese ce ne siamo accorti, scrimmage inclusi.
Un gioco in cui TJ Warren sembra più Khawi Leonard dello stesso The Claw, dove Austin Rivers nel mette 41 partendo dalla panchina, e perfino un Bol Bol all’esordio assoluto fa gridare al miracolo (anche se era solo una amichevole al piccolo trotto).
Avremo modo di parlarne, a partire da oggi, su Nba Revival Zone.

Chi vi scrive – alle anagrafe Davide Torelli – è talmente malato di questo gioco da contare le ore che lo distanziavano dal fine ferie, per tornare a scrivere di una ripresa più desiderata delle fritture ingurgitate a bordo mare.
Mi inserisco con questa breve premessa ed il permesso del padron di casa Franz, che avrà l’onore della cronaca: un compito già svolto anche nei giorni precedenti, attraverso i canali social di questo progetto.
Da quel punto di vista, le cose non cambieranno: The Chief continuerà a raccontarvela quotidianamente, ed io mi prenderò la libertà di spararle più o meno grosse, da dietro una tastiera.

Poi, magari appariremo in live di tanto in tanto, man mano che la tavola si imbandisce e l’appetito cresce. La cosa è assolutamente work in progress.
Mi pare sacrosanto, è NBA d’agosto, qualcosa che nessuno di noi aveva mai visto prima.
“Un gioco completamente nuovo”, per cui dateci il tempo di prendere la panoramica più godibile, trovare la marcia giusta, prima di improvvisare le soste migliori.
A ‘sto punto, l’augurio di “buon viaggio” appare un cliché da far storcere il naso, ma anche la conclusione più adatta a questo pseudo editoriale.