Il primo play-in di sempre

Partiamo subito con un dritto secco: questa storia dei play-in, inedita prima della Orlando’s Bubble, ha decisamente funzionato.
Non fosse altro che per l’obiettivo iniziale, quello di rendere interessanti le otto sfide di regular season forzatamente inserite nella ripartenza, per questioni legate principalmente ai diritti televisivi. Oltre, ovviamente, al fatto che un po’ di rodaggio in vista di playoff serviva indubbiamente a tutti.
Ma provate a pensare quanto avrebbero perso di senso queste prime settimane, senza l’assalto all’ottava piazza ad ovest, detenuta dai Memphis Grizzlies al momento dello stop per pandemia.
Certo, dobbiamo ammettere che a livello effettivo ci sarebbero diverse questioni da discutere, quantomeno in materia pratica.

Ad esempio, il fatto che alcune squadre abbiano chiuso con una gara giocata in più di altre, può aver favorito le circostanze. Stesso discorso rispetto al programma “un po’ tirato via”.
Ok, è bello lo scontro diretto tra nona ed ottava, con quest’ultima che per accedere al bracket deve semplicemente vincerne uno su due potenziali, con un handicap importante per “la miracolata” ammessa a giocarsi il tutto per tutto.
Però una roba simile non può certo far emergere i valori effettivi, soprattutto guardando alla forma attuale.
I Phoenix Suns escono dalla stagione come unica imbattuta della bolla, capace di ottenere il massimo risultato sportivo possibile con otto vittorie consecutive: un’impresa clamorosamente non sufficiente. Anche gli Spurs – fuori dalla post season dopo 23 apparizioni consecutive – sono scesi in campo nella notte decisiva con speranze ridotte al minimo, malgrado avessero centrato quattro vittorie su sei (perdendo comunque, alla fine, contro Utah).

I Grizzlies invece sono stati in grado di gettar alle ortiche un vantaggio più che discreto, dopo aver ben impressionato nella stagione canonica. La possibilità di non giocare i play-in era valutabile solo attraverso un suicidio di squadra, ma un po’ ci ha messo del suo anche la sfiga.

Il primo campanello d’allarme arriva con l’infortunio di Justise Winslow, arrivato in trade deadline nell’affare Iguodala, ed in attesa di esordio con Memphis. Stagione finita nelle partitelle preparative alla spedizione in Florida, e tanti saluti.
L’inizio nella Bubble è da incubo: nella prima gara che conta, i Blazers li piegano dopo un overtime e gli Spurs fanno il bis per appena due punti di margine. Non benissimo, considerando i due come “scontri diretti”. Il terzo del filotto è contro i Pelicans, altra squadra con sogni di sorpasso, che si impongono con 10 punti di margine.
Il morale è definitivamente sotto i piedi, ed il suicidio sportivo ancor più vicino, perché contro Ingram e compagni si fa male anche Jaren Jackson Jr, uno dei più in forma dei suoi (con 25 punti di media circa, nelle prime tre sfide). Salta il ginocchio sinistro, stagione finita.

Ora, mettiamoci nei panni di una squadra giovane, costruita su equilibri inevitabilmente basati sulle fiammate di autentici underdogs, con il talentuoso rookie Ja Morant a fare da collante.
Niente è perduto, “basta non perderle tutte”, ripetono tutti. Il problema è che il calendario non appare agevole con Jazz, Thunder, Raptors, Celtics e Bucks all’orizzonte.
Ed infatti l’accesso allo spareggione viene letteralmente “conquistato” con la vittoria su una Milwaukee priva di Giannis, e decisamente rilassata. Ja Morant e un redivivo Jonas Valanciunas fanno registrare una tripla doppia a testa, ma attenzione: sull’ottava piazza si siedono clamorosamente i Trail Blazers, con i nostri svantaggiati dal sorpasso ottenuto.

Se prima l’impresa sembrava quella di non farsi sweeppare dai Lakers testa di serie, adesso il problema è che servono due vittorie per non concludere la stagione anzitempo.
Si, perché la nona non deve battere semplicemente l’ottava una volta, ma ben due.
Una pressione difficile da sostenere per Memphis considerando tutti gli annessi e connessi sopracitati.

La prima (e forse unica) partita è prevista per stasera, 15 di agosto alle 20.30 italiane. Ed è veramente difficile non vedere i ragazzi allenati da Terry Stotts come favoriti.

Innanzi tutto, a livello di “forma” non ci sono paragoni. A parte la sorpresona rappresentata da un Gary Trent Jr. divenuto un fattore offensivo (soprattutto da dietro l’arco), quel Carmelo Anthony tanto bistrattato per anni appare tornato su livelli onestamente insperati. Da questo punto di vista, qualche acciacco per TJ McCollum è decisamente passato in secondo piano, anche a fronte delle pazzesche prestazioni di Damian Lillard.
Fu lui a suonare la carica, chiedendo in tempi non sospetti una chance per raddrizzare la stagione, e come in un film già visto ha incantato il mondo, giungendo ad un passo dall’ennesimo successo nella sua carriera.
C’è solo una partita da vincere prima di festeggiare l’impresa (il record registrato è di 6 vinte e 2 perse) ed alzare ulteriormente l’asticella, puntando decisamente all’upset contro i losangelini.
È veramente difficile scommettere contro un giocatore simile, i numeri delle sue ultime prestazioni sono esemplificativi.
Altro punto di forza per i Blazers è il reintegro completo di Nurkic, totalmente recuperato ed in grado di fornire un contributo fondamentale, laddove Whiteside non offre certezze.

Da un punto di vista difensivo però, la faccenda si complica un minimo, e di conseguenza può regalarci una gara combattuta, e qualche possibilità di rivedere le due squadre in campo 24 ore dopo.

Se offensivamente Portland appare ben strutturata (con una batteria di tiratori dalla mano calda pronti ad aprire parziali importanti), nell’altro lato del campo i problemi sono palesi. Ed i 133 punti incassati dai derelitti Nets nell’ultima gara di regular season, sono lì a dimostrarlo.
Guardando un attimo indietro, la difesa dei Blazers ne aveva presi 131 da Dallas, 121 dai Sixers e 119 dai Suns (perdendo) negli ultimi incontri disputati.
Insomma, d’accordo che hanno tutte le carte in regola per realizzarne più di quanti ne subiscono, ma una latitanza simile dovrebbe suonar come un allarme in vista di una serie eventuale contro James e, soprattutto, Anthony Davis (che se gioca da centro, non è marcabile né da Nurkic né da Whiteside chiaramente).

Ma prima di arrivare a quel punto, c’è (almeno) una partita da conquistare, e per quanto la sfida tra Lillard e Booker avrebbe forse canalizzato un livello di attenzioni superiori, vedere il pivello Ja Morant attentare al trono di Dame Dolla non sarà assolutamente male.
Se poi i Grizzlies facessero il miracolo – raddoppiando così il gustoso antipasto pre postseason – sarebbe ancora meglio.
Personalmente lo vedo ai limiti del possibile, ma come dicevamo nell’editoriale precedente, è NBA d’agosto: chissà…..