Taste the difference

A volte il modo migliore per spiegare qualcosa è mostrarlo, soprattutto quando si oppone ad un luogo comune.
È la prima cosa che mi è venuta in mente, durante l’ultima azione dei regolamentari tra Denver e Utah, gara 1 della prima sfida playoff per l’edizione 2020.
A Nikola Jokic manca appena un centimetro per non vincerla in penetrazione, con una sorta di semigancio in corsa contro Rudy Gobert che non trova il fondo del canestro, con le due squadre in parità.
Tutto quello che avevamo visto prima – una serie strepitosa di botta e risposta tra Donovan Mitchell e Jamal Murray – era più che sufficiente per raccontare quello che noi fanatici della lega diciamo spesso agli scettici.
E cioè che quando le partite contano – ed il gioco si fa duro – il livello sale vertiginosamente, trasformando una semplice partita in qualcosa di più per intensità ed imprevedibilità.

I 57 punti (con 9 rimbalzi e 7 assist) della stella dei Jazz, confermano quanto il ragazzo sia in grado di elevarsi nella fase decisiva della stagione, trainando i suoi quasi da solo. Orfani ormai da tempo di Bojan Bogdanovic, e privi per almeno le prime due sfide di Mike Conley (che ha abbandonato la bolla per assistere alla nascita del figlio).
Denver è decisamente più completa, e vince grazie alle sue stelle ( Jokic offensivamente pragmatico accanto ad un Murray da 36 punti) e ad un giocatore cresciuto tantissimo, che definire ancora “segreto” sarebbe quasi una mancanza di rispetto: Jerami Grant, prezioso per tutta la stagione, autore di 19 punti partendo dalla panchina.

Se il buon giorno si vede dal mattino, l’esordio di postseason in bolla sembra prometterci nottate entusiasmanti e battaglie di alto livello.

Ed anche la seconda partita prevista – quella tra i campioni in carica di Toronto ed i derelitti Nets – per quanto appaia a senso unico nelle prime battute, torna ad equilibrarsi in vista dell’ultima frazione. Tra l’altro grazie ad una tripla clamorosa sulla sirena del terzo quarto, da parte del più imprevedibile in campo, il centro Jarrett Allen. La disparità di valori a roster è troppo profonda, a maggior ragione quando una squadra decimata deve affrontare un sistema solido e perfettamente funzionante come quello gestito da coach Nick Nurse (probabile coach of the year, almeno per il sottoscritto): eppure la sfida riesce a rivelarsi godibile, impreziosita dalla generosità dello sforzo di Lavert e compagni, che fanno quel che possono prima di piegarsi ad un ispiratissimo Serge Ibaka e ad un VanVleet ancor più in missione di quanto apparso nelle ultime Finals (e nell’ottima stagione regolare disputata).

Perché i playoff NBA sono soprattutto rivalità che si rinnovano, prove dall’altissimo quoziente di difficoltà da superare, scontri tra titani.

Philadelphia e Boston, ad esempio, si trovano di nuovo davanti per rinverdire i fasti di un incrocio che storicamente ha caratterizzato la Eastern Conference. L’ultima volta era stata nei playoff del 2018, ed i Celtics si erano imposti per 4 a 1 senza particolari problemi. Gara 1 dimostra ancora una volta quanto l’assenza di Simmons possa pesare, anche rispetto alla bellezza della serie: perché lui e Tatum (come del resto Mitchell) rappresentano la risultante di successo della stessa classe di matricole. E la loro battaglia a distanza avrebbe rappresentato un plus, a livello di interesse.
Come previsto, sotto canestro Embiid non lo ferma nessuno (26 punti e 16 rimbalzi), ma la batteria di esterni dei Celtics appare davvero troppo forte, guidata proprio da un Tatum stellare, solito esaltarsi in questa parte di stagione. Lui e Brown combinano per 61 punti, Kemba ne aggiunge 19, Hayward 12 pur uscendo nel finale per infortunio (da monitorare).

Allo stesso modo, l’attesissimo esordio in carriera di Luka Doncic non ha deluso le aspettative, pur incontrando un gruppo di difensori idealmente strutturato per limitarlo. Chiudere con 42 punti quando ti trovi davanti (a girare) uno tra Leonard, George e Beverly non è cosa da poco, e le 11 palle perse collezionate dallo sloveno confermano il quoziente di difficoltà che dovrà affrontare nella serie.
Come se non bastassero le armi a disposizione dei Clippers, un fattore da considerare è quello relativo alla “cattiveria” agonistica a roster, dove bulleggiano giocatori smaliziati che usano la provocazione come risorsa per piegare gli avversari.

La svolta di gara 1 è rappresentata dal secondo tecnico a Porzingis che vale l’espulsione (in 20 minuti aveva messo a referto punti e 6 rimbalzi), caduto nel tranello di un Marcus Morris impegnato nel far perdere le staffe proprio a Luka.
Con il lettone fuori dalla competizione, i Mavs non hanno nessuna possibilità di mantenersi in scia, per quanto ci provino restando tutto sommato a contatto fino alla tripla della staffa ad opera di Paul George (la quarta di una gara da 27 punti).
All’interno di un autentica battaglia psicologica  – oltre che tecnica e fisica – giocatori come l’autoproclamatosi “lebron stopper” o il demoniaco Beverly (per non parlare di un Harrell ancora in fase di rodaggio), possono determinare con le loro azioni quegli episodi che cambiano le partite. Come se i losangelini non avessero abbastanza talento a disposizione, per portarsi in agile vantaggio da soli.

Del resto, quella differenza tutta da assaporare tra regular season è playoff, vive anche di variabili simili, e potrebbe alimentarsi di imprevedibilità considerando il fattore inedito della Orlando’s Bubble, le gare senza pubblico, l’annullamento delle trasferte che in una edizione normale  garantiscono affaticamenti e problematiche ai giocatori.
Forse, “il campus” potrebbe regalarci quel qualcosa in più capace di trasformare un’edizione già attesissima, in indimenticabile in materia di upsets.
Anche se, nella prima serata assoluta, i pronostici sono stati tutti rispettati.
Ma siamo appena all’inizio.