Doccia fredda per le prime della classe

Le sorprese più rumorose del secondo giorno di playoff nella bolla, non arrivano né dai Pacers (impegnati contro gli Heat) e tanto meno da OKC (sconfitta nettamente da una Houston senza Westbrook), ma dalle due protagoniste più attese, quelle con i rispettivi migliori record di Conference.
Le sconfitte di Bucks e Lakers appaiono (in parte) inaspettate e quindi meritano una rapida analisi a caldo, per quanto figlie di due partite diametralmente opposte e di cause nettamente differenti.

Diciamolo subito, la sconfitta di Milwaukee è palesemente episodica, considerando la partita ai limiti della perfezione condotta dai “padroni di casa” di Orlando, privi di Michael Carter-Williams ed Aaron Gordon, oltre che di Jonathan Isaac.
L’atteggiamento mentale dei ragazzi ci coach Budenholzer è quanto di più inadatto ci si può attendere nell’approccio ad una gara 1, con Giannis decisamente non supportato dai compagni, in prevalenza incappati in una giornata storta. Tra un pessimo Middleton ed un interrogativo Bledsoe, la palma del peggiore se l’aggiudica un Brook Lopez tanto deleterio in attacco quanto in difesa, regalando ad un Nikola Vucevic stellare l’occasione per disputare la partita della vita: 35 punti, 14 rimbalzi, 4 assist e 5 su 8 da dietro l’arco per lui.
Non dimenticando l’impatto positivo di un buon Markelle Fultz promosso in quintetto al posto di D.J. Augustin, e la prova da 18 punti di un fiammante Terrence Ross proveniente dalla panchina.
Tuttavia, se Orlando ha trovato la serata perfetta, per la squadra con il miglior record della lega sembra impossibile replicare una notte tanto disastrosa. Apparentemente si tratta di una pura questione di mindset, facilmente risolvibile in vista di gara 2, recuperando motivazioni e percentuali necessarie per impattare la serie.
Che nonostante il risultato sorprendente, non sembra assolutamente virare a livello di previsioni.

Discorso ben diverso rispetto alla sconfitta dei Lakers contro i Blazers.
Perché che si trattasse di un incrocio pericoloso per i losangelini lo sapevamo, ed ugualmente le pessime percentuali tenute nella bolla da Lebron e compagni avevano acceso più di un campanello d’allarme.
A maggior ragione quando incontri una squadra con una batteria di tiratori ai limiti dell’infallibile, soprattutto nel crunch time.
Ed infatti la sfida si risolve in volata, quando Lillard (con Melo e Gary Trent jr.) decidono di dire basta, facendo quello che ai Lakers non riesce dall’inizio della sfida: segnare da dietro l’arco.
Qui la faccenda è un minimo più complessa, e non necessariamente è circoscritta alla mentalità di squadra: si tratta di un problema sostanzialmente tattico.
Che nel 2020 una squadra con ambizioni da titolo non possa permettersi un 5 su 32 da tre punti (15%), siamo tutti d’accordo. Per lo stesso discorso, è osceno vedere i due principali giocatori a roster sbagliare 2 liberi consecutivi a testa nel momento decisivo della partita (per un vergognoso 64% totale di squadra).
Il problema però riguarda la qualità di quei tiri, spesso figli di manovre macchinose, spaziature inesistenti oppure mancanza di soluzioni che costringono il Caruso di turno (non esattamente un cecchino naturale) ad improvvisare sgraziate preghiere verso il canestro, mentre intorno lo guardano immobili.
Probabilmente tutto ciò è conseguenza dell’ostinazione di Vogel (o di AD?) di giocare con due lunghi in campo, utilizzando l’ex Pelicans come 4, con un permesso naturalmente maggiore di circumnavigare il pitturato ed accontentarsi di jumperini fuori ritmo, non facilissimi da realizzare.
Lo spacing non può che risentirne di una cosa simile, causando impostazioni offensive confusionarie e poco produttive, con conclusioni spesso forzate ed improvvisate.

Attenzione però: anche Stotts ama giocare con Nurkic e Witheside in campo contemporaneamente, e dovrebbe ottenere gli stessi problemi (con l’aggiunta di quello difensivo, dove soprattutto il secondo è zavorra sui pick and roll).
Riesce ad ovviare alla questione offensiva disponendo di ottimi creatori dal palleggio, ostentando quel gruppo di cecchini che rappresenta (come avevamo già detto in tempi non sospetti) tutto quello che servirebbe ai Lakers, e che non hanno.
Per quanto riguarda invece la pessima difesa di Portland (certificata dai punti incassati anche nella bolla), i soli 93 punti messi a segno da Lebron e compagni fotografano più le difficoltà offensive dei ragazzi di coach Vogel, che un cambiamento di attitudine nella truppa guidata da Lillard.
Se non cambia l’impostazione tattica (e le percentuali di conseguenza), anche gara 2 sarà difficile da conquistare per i Lakers, e trovarsi sotto due partite contro una Portland letteralmente galvanizzata dagli ultimi risultati, potrebbe rivelarsi definitivo.
Eliminare una delle favorite come ottavo seed sarebbe un upset per i Blazers, anche se non troppo sorprendente considerando i dubbi destati dai gialloviola soprattutto dalla ripresa delle operazioni nella bolla.
Vediamo se riusciranno ad invertire questo pessimo trend.