Il carro di Luka

43 – 17 – 13
Messi così son più credibili come un terno al lotto, che riassunto di una prestazione sul parquet.
In pochi, questa mattina, non sapranno che le tre cifre (in materia di punti, rimbalzi ed assist) fotografano superficialmente la prestazione di Luka Doncic in gara 4 tra Mavs e Clippers, serie clamorosamente riportata in parità dal talento sloveno. 21 anni di età. Classe 1999.

Ora se voi provate a ricordarvi cosa facevate a ventun’anni (ammesso che non li abbiate adesso), è già sufficiente per capire la grandezza del personaggio, ovviamente già consacrabile tra i migliori cestisti del mondo. E non era necessaria la prestazione di ieri sera per legittimarlo, perché avevamo già avuto molti indizi durante questo secondo anno in NBA.
Eppure quei nudi numeri di cui sopra, non raccontano niente dell’immensità della prestazione proposta. Proviamo a farlo in modo schematico, per capire meglio.

  1. I Mavericks sono sotto due a uno in una serie in cui devono affrontare la favorita conclamata ad ovest, con un roster profondo ed una serie di difensori di livello altissimo, tutti fisicamente strutturati per limitare il talento di Luka.
  2. Kristaps Porzingis è improvvisamente costretto a dare forfait per infortunio, limitando notevolmente le speranze di Dallas di impattare la serie, per lo meno sulla carta.
  3. Doncic stesso è reduce da un infortunio sofferto in gara 3, per il quale non si sa né quanto sarà in grado di giocare, né come. Soprattutto è in forte dubbio a una decina di ore dalla palla a due
  4. Malgrado una prestazione stratosferica – e la necessità di avviare il quarto quarto su una cyclette per limitare il fastidio – Dallas vede un cospicuo vantaggio (figlio di un terzo quarto da 35 a 19 di parziale a favore ) assottigliarsi nel finale. Ed il miracolo con cui i Clippers arrivano all’overtime, fa prevedere un supplemento già incanalato nel binario di chi ne ha riconquistato l’inerzia.
  5. Nonostante tutto, dopo aver subito la tripla del sorpasso ad una manciata di secondi dalla fine per mano di Marcus Morris, Doncic si presenta come conclamato salvatore della patria all’ultimo possesso. I suoi sono sotto di uno, lui ha giocato la bellezza di 46 minuti sostanzialmente su un infortunio, ed il dispendio energetico supera decisamente il limite.
  6. Reggie Jackson – l’uomo deputato a restargli incollato nell’impostazione dell’ultimo tentativo per vincere la gara – difende per quello che si può fare, nei pochi secondi disponibili.

La tripla che si insacca nel fondo del canestro – nonostante tutto il già detto – lo fa perfettamente con la sirena finale.
Si tratta del più indiscutibile dei buzzer beater. L’unico modo per sconfiggere una squadra che comunque, per talento e profondità, non muore mai. Anche se deve far fronte ad una pessima serata al tiro, anche se Paul George ha palesemente più di un problema nello stare in campo, anche se Harrell è visibilmente fuori forma, addirittura se Leonard tira male rispetto ai suoi standard.
Malgrado questo, ci sono Zubac, Shamet, Jackson, Morris ed un Lou Williams da 36 punti con 13 su 20 dal campo.
Le soluzioni tampone per Doc Rivers, non finiscono mai con questo organico.

Eppure lo sloveno segna, trascinando un contorno ispiratissimo, e prendendosi tutte le responsabilità che si chiedono ad un leader di esperienza, gestendo pressioni difficili da maneggiare in una lega come la NBA, alla prima apparizione in carriera ai playoff.

Insomma, quei dubbi che avevano sul giovane europeo negli Stati Uniti, in sede di presentazione al Draft del 2018 (che lo vide terza scelta assoluta di Atlanta, immediatamente scambiato con Trae Young), sono ormai sepolti fin dalla meritata vittoria del premio di rookie of the year passato.
Pensare a Deandre Ayton e soprattutto a Marvin Bagley – i due giocatori che lo precedettero nelle selezioni – e al loro impatto nelle rispettive squadre, è esercizio altrettanto superato. Soprattutto per l’equilibrio psicologico di Phoenix e Sacramento. Perché un giocatore come si è rivelato Doncic, avrebbe fatto bene ovunque, e rappresenterà nel futuro un ripianto anche se i Suns dovessero incredibilmente raggiungere l’anello in futuro, con questo core.
La barzelletta raccontata da chi lanciava la provocazione, sostenendo che la power forward ex Blue Devils avesse margini di miglioramento superiori allo sloveno, non fa più neanche ridere. Fa pena.
Così come mette tristezza l’idea di vederlo “solo” candidato al MIP 2019/20, e non nella terzina in lizza per l’MVP.

Ormai tutto il mondo è salito sul carro di Luka Magic da tempo, non credo che nessuno abbozzi un balzo lampo dopo la prova strepitosa conclusa nel nostro prime time domenicale, rimbalzata anche dagli schermi di Sky Sport.
In ogni modo, pensate che tutto il web sta parlando di lui questa mattina, mettendo in secondo piano il clamoroso 3 a 1 di vantaggio dei Jazz nella serie, dopo una gara 4 che ha rinnovato la sfida incrociata tra Jamal Murray e Donovan Mitchell. Rispettivamente titolari di due prestazioni immaginifiche da 50 (con 9 triple) e da 51 punti (e un Conley ispirato che replica la splendida gara 3 disputata per Utah).

La stella di Luka, ormai ben alta e luminosa nel firmamento della lega, ha eclissato anche questo.
Adesso manca solo una cosa, una parola che appare troppo stonata considerandone il senso, il contesto, il raffronto tra le due squadre e le previsioni che facciamo tutti da inizio stagione: l’upset.

Può Luka Doncic trascinare una squadra ancora acerba, qualificatasi come settimo seed, al secondo turno a spese degli incensatissimi Clippers?

Sembra impossibile, probabilmente lo è, ma dopo quello che abbiam visto ieri sono convinto che tutti, nel profondo della nostra anima, un pizzico di speranza la coviamo. Il pivotal game che ci attende tra queste due squadre, si profila il primo must see di questa edizione di postseason 2020.