Enough.

A prescindere dalle terminologie usate – che si tratti di sciopero, boicottaggio, sospensione – quello accaduto nella notte appena conclusa nella Orlando’s Bubble, rischia di riscrivere la storia della pallacanestro statunitense, e non solo.
A distanza di poche ore dai fatti, è improduttivo analizzare la questione e giungere a conclusioni indubbiamente “di pancia”, ma è doveroso mettere insieme da subito i pezzi per poter azzardare il proverbiale “punto della situazione”. Almeno quando le cose si saranno delineate.
Perché l’ipotesi di una stagione senza vincitori, conclusa anzitempo, è ben quotata.

  • L’omicidio George Floyd – e le proteste che divampano in America contro il razzismo sistemico, la brutalità delle forze dell’ordine e la richiesta di dignità da parte delle cosiddette “minoranze” – aveva già colpito di riflesso una NBA che stava pianificando la famigerata bolla.
    Tutti gli atleti prendono posizione (ovviamente anche i non afroamericani), in tanti partecipano alle marce e la lega appoggia questa esigenze. Kyrie Irving si fa promotore di un “non ritorno in campo” per sottolineare la necessità di un cambiamento, ma l’associazione giocatori (spinta dai principali rappresentanti della stessa) decide per il ritorno in campo.
    La bolla ed i riflettori puntati possono essere un’occasione perfetta per portare certi temi alla ribalta, per utilizzare l’eco di personalità adorate ed ascoltate in tutto il mondo e veicolare certi messaggi. La lega si schiera a fianco del Black Lives Matter: un messaggio che appare sui parquet di Orlando, così come dietro le canotte di certi giocatori, liberi di poter scegliere un messaggio “di protesta” da portar dietro le spalle. Tra questi, “enough”. Abbastanza.
  • Con la Bubble che si avvia in piena sicurezza – un successo in materia di screening del virus, altro problema da non sottovalutare considerando le suddette “minoranze” come principalmente esposte al contagio in U.S. – la tematica del razzismo sistemico è più che presente, inevitabilmente come sottofondo. Almeno fino ai fatti di Kenosha (Wisconsin) di domenica 23 Agosto.
    Jacob Blake, un afroamericano di 29 anni, viene ridotto in fin di vita durante uno scontro con la polizia. L’uomo viene colpito per 7 volte dalle revolverate di un poliziotto, mentre sta salendo nella sua macchina, dove siedono i figli.
    Il video fa nuovamente il giro del mondo – come per il calvario patito dal povero Floyd – e genera una nuova ondata di proteste, in un paese dove nel frattempo si avvia la Convention Repubblicana (non dimentichiamoci le elezioni alle porte). Blake non è in pericolo di vita, ma probabilmente non camminerà più per il resto dei suoi giorni.
    Donald Trump pensa benissimo di schierarsi dalla parte della repressione, minacciando nuovamente l’invio della Guardia Nazionale, ed utilizzando parole dure contro i nuovi “riots” (per la verità, la protesta del Black Lives Matter non è mai cessata in questi mesi, nonostante la pandemia).
    Kyle Rittenhouse – un diciassettenne caucasico completamente anonimo fino ad una manciata di ore fa – sembra accogliere l’appello del presidente insieme ad altri concittadini “stanchi” delle proteste degli afroamericani. Vuole proteggere l’America bianca dai riots, si arma di un fucile semiautomatico, e con altri discutibili colleghi scende per strada a Kenosha per “difendere il suo paese”. Negli scontri spara tre colpi, uccide due persone. Siamo al delirio, quasi un principio di guerra civile.
    Enough. Questo è veramente troppo. Serve un segnale.
  • Le voci di un possibile boicottaggio da parte dei giocatori NBA, iniziano a circolare rispetto alle semifinali di Conference in avvio, in particolare per la sfida tra Toronto Raptors e Boston Celtics.
    Si dice che l’idea di non scendere in campo per protesta sia al vaglio. Nel frattempo sono previste tre partite di primo turno, riguardanti sei squadre: tra queste i Milwaukee Bucks (squadra con il miglior record della lega), gli Oklahoma City Thunder (con Christ Paul leader del sindacato dei giocatori) ed i Los Angeles Lakers (con Lebron James considerato il più politicamente esposto, oltre che influente, cestista del pianeta.
    Rispetto al Wisconsin, i Bucks sono la squadra che rappresenta lo Stato dove la situazione è a dir poco esplosiva dopo le prodezze di Rittenhouse, e la squadra decide di non scendere in campo a pochi minuti dall’avvio della gara con Orlando.
    Un gesto storico, di sciopero, che prende forma negli spogliatoi.
    La notizia diviene subito virale, gli Orlando Magic rifiutano la potenziale “vittoria a tavolino” ed il resto dei giocatori si accodano al boicottaggio.
    In pochi minuti si viene a sapere che nessuna delle altre due gare previste, si giocherà.
  • La lega osserva la faccenda non senza preoccupazione o disappunto. Almeno così si dice, perché il comunicato ufficiale si limita a dichiarare “posticipate” le partite, senza accenni a sanzioni o punizioni eventuali. Volendo, si tratta di una mano tesa.
    Di contro i giocatori si riuniscono in una assemblea piuttosto accesa, sfruttando l’occasione di trovarsi tutti (per la prima volta) sostanzialmente soggiornati nello stesso luogo.
    Qualcuno parla di proseguire lo sciopero lasciando la bolla e chiudendo la stagione (pare, Leonard e James con i giocatori di Clippers e Lakers al seguito). La gran parte, invece, sembra comunque vogliosa di continuare e coordinare altre forme di protesta, per non abbandonare una tematica fondamentale come quella dell’antirazzismo nella società (proviamo a riassumerla così..).
    Nel frattempo, il boicottaggio fa scuola ispirando anche altre squadre in altri sport professionistici statunitensi, e le decisioni sono rimandate ad un’altra assemblea, prevista nelle prossime ore.
    Da lì dovremmo capire se la stagione prosegue o meno.
    Un qualcosa che rispetto alla gravità della situazione statunitense, passa sinceramente in secondo piano, ma che a partire dallo sciopero può trasformare questo finale di playoff in una piattaforma permanente per affrontare tematiche di importanza unica per il paese. Direttamente dalla bocca degli sportivi più conosciuti del pianeta, con la speranza che qualcosa possa davvero cambiare.
    O che quantomeno l’input determinato da un bicchiere ormai stracolmo, porti ad una cambiamento definitivo in sede elettorale, tra pochi mesi.
    Ammesso che tutto possa svolgersi in modo liscio e regolare come democrazia comanda, visti i temuti colpi di testa del più che discutibile inquilino della Casa Bianca.