Non sarà ancora #LakeShow, ma abbiamo una squadra

Dopo la prima partita di playoff (il 100 a 93 patito contro Portland, una vera doccia fredda), ero stato piuttosto critico verso i Lakers, rivendicandone tutt’oggi le ragioni.
Giocare contro una squadra difensivamente da bassi fondi della lega, tirando in modo osceno pur sfruttando occasioni aperte e non trovando accorgimenti tattici per evidenziare le palesi debolezze di Lillard e compagni, mi pareva ai limiti dell’impensabile.
A maggior ragione se parliamo della testa di serie ad ovest, che per quanto avesse palesato difficoltà di manovra offensiva durante tutta la stagione, prima della pausa per COVID-19 sembrava aver raggiunto un certo equilibrio. Le vittorie contro Bucks e Clippers (e soprattutto il gioco e le capacità di reazione espresse) erano lì a dimostrarlo, ed a far ben sperare.
Chiaramente era da calcolare l’impatto della “realtà bolla” nella squadra, comunque più attenta a non infortunarsi che a spingere nelle gare precedenti alla postseason, con la quotidianità tra giocatori perduta e due nuovi innesti sostanziali da accogliere come JR e Dion (quest’ultimo, già con la squadra negli ultimi giorni della regular season canonica).

A partire da gara due però, le cose sono cambiate. E se da una parte ci sta che Portland abbia sofferto la fatica di una serie di partite giocate al massimo dello sforzo fisico e mentale (con l’aggiunta del play-inn), dall’altra bisogna dar a Cesare quel che è di Cesare.
I Lakers son ripartiti dalla difesa per unire la squadra, sfruttando il suo leader in campo come faro ed inserendosi lentamente, fino a recuperare percentuali di realizzazioni dignitose anche da dietro l’arco. Andiamo a vedere questa evoluzione nel dettaglio, per poi concludere nel finale.

In gara 2, i losangelini cambiano decisamente il loro piano difensivo, aggredendo in modo differente il pick and roll dei Blazers, la base fondante della loro manovra. Con il difensore del bloccante che sale aggredendo il portatore ed abbozzando una sorta di raddoppio, con conseguenti rotazioni a copertura del resto dei compagni: limitando così la prima opzione di Lillard dal palleggio, favorendo un rallentamento della fluidità e, talvolta, operando dei cambi rapidi senza subire svantaggio. In questo giocatori come Green e Caldwell-Pope (il primo, ancora in crisi realizzativa), si rivelano preziosi per la versatilità difensiva, ed il resto della squadra può concentrarsi nello sporcare (o anticipare) eventuali linee di passaggio improvvisate, e forzate dalla pressione.
Questo semplice accorgimento è sufficiente a disorientare gli avversari, tenendoli a percentuali dal tiro decisamente più basse rispetto alla prima sfida, e favorendo soluzioni meno comode al tiro dall’arco.
Offensivamente, per i gialloviola le cose si mettono meglio pur restando macchinose, sfruttando l’incapacità di Portland di offrire soluzioni concrete contro lo strapotere di Davis (31 punti e 11 rimbalzi per lui) e pareggiando la serie senza sforzarsi più di tanto, per un ottimo 111 a 88 finale.

In gara 3, invece, i Blazers si presentano determinati a lottare per l’inerzia della serie, e nonostante la lussazione al pollice sofferta da Lillard nella sfida precedente, Dame Dolla dimostra subito motivazioni e mano calda (34 punti e 5 triple per lui, seppur con un 8 su 20 dal campo). Melo e McCollum lo seguono a sostegno, e Rip City riesce a gestire la partita per lunghi tratti, anche in vantaggio.
L’avvio dei gialloviola appare piuttosto spento a livello offensivo, ma entra in gioco un Lebron James in versione trascinatore, che pur non brillando sempre per scelte (8 palle perse) attacca il ferro spesso e volentieri. Soprattutto sprona i suoi a non demordere, e con gli occhi infuocati sostiene l’attacco dei suoi, anche con qualche successo da dietro l’arco. Difensivamente il piano non muta, ma per i primi due quarti non sembra offrire quello strappo necessario già sperimentato in gara 2.
Serve l’accensione di un clamoroso Anthony Davis, stavolta importante nel portar fuori Nurkic e punirlo dalla media, caricandosi con qualche conclusione esplosiva al ferro. La seconda frazione la domina lui, almeno fino al potenziale arrivo in volata finale: una prospettiva che James ricaccia indietro chiudendo di fatto la sfida, con controllo sulla situazione.
Sapevamo che la pessima difesa di Portland non aveva soluzione concrete allo strapotere dei due All Stars losangelini, che infatti chiudono entrambi con 11 su 18 dal campo: 38 punti, 12 rimbalzi, 8 assist per James e 29 punti, 11 rimbalzi e 8 assist per AD. Due prestazioni speculari, praticamente suddividendosi i quarti di dominio.
La difesa è stabilizzata, le gerarchie trascinando un attacco che deve ancora trovare ritmo, ma si tratta di un ulteriore passo in avanti.

Da questo punto di vista, gara 4 è la definitiva consacrazione. Portland resta imbrigliata da subito perdendo il primo quarto per 43 a 25, subendo un tornado offensivo che alla fine frutterà 135 punti totali ai gialloviola, finalmente con discrete percentuali. Gli accomodamenti difensivi hanno trascinato il gruppo, portando anche fluidità offensiva, con l’acquisizione della fiducia necessaria.
Lebron James gioca in modo perfetto per 28 minuti, chiudendo con 10 su 12 dal campo di cui 4 su 5 dall’arco, per 30 punti, 10 assist e 6 rimbalzi. E sopratutto i Blazers gettano la spugna molto presto rispetto ai 48 minuti, permettendo a Vogel di far toccare il campo a tutta la panchina, coinvolgendo così ogni giocatore nel successo di squadra.
Un successo apparentemente costruito con visibili miglioramenti progressivi, che adesso deve trovar coronamento nel primo match point della serie. Gara 5.
Intanto finisce 135 a 115, e per quanto i numeri siano drogati da un quarto abbondante di garbage time, il 56% dal campo ed il 43% da tre (17 su 39 totale), impressionano se rapportate alle percentuali di gara 1 (35% dal campo, 15% da tre).

Tra gara 5 e l’effettivo passaggio del turno, passa più tempo del previsto. E questo a causa dello strike che per poco (anzi pochissimo), non porta ad una sospensione della stagione in nome delle proteste per i diritti civili.
Il primo elimination game della serie si svolge così senza Damian Lillard per Portland, infortunatosi nella quarta partita e tornato in Oregon anzitempo per accertamenti.
A dispetto di quanto detto fino ad oggi, per una gara che si avvia con ritmi da seeding games, i Lakers sembrano vogliosi più di attaccare che difendere. Anzi, l’atteggiamento appare quello di chi vuole prendersi un turno di riposo nella metà campo avversaria, cercando di raggiungere il massimo rendimento con il minimo sforzo.
Ed infatti a prescindere da un super McCollum coadiuvato dal miglior Melo della serie (e da una serata vicina al 50% da dietro l’arco), i Lakers si mantengono avanti grazie alla strepitosa prova dei due All Stars, ancora una volta trascinatori del resto.
Davis e James sono stellari, ed a parte piccoli sprazzi in cui i gialloviola dimostrano di poter difendere se vogliono (ci mancherebbe altro), bastano loro. O meglio, sono sufficienti le loro statistiche per fotografare il 131 a 122 finale. Il primo successo al primo turno dall’edizione 2012 dei playoff (vittime i Nuggets in 7 gare).

Lebron chiude con 36 punti, 10 rimbalzi e 10 assist, ben sostenuto da un AD da 43 punti, 9 rimbalzi e 4 assist.
Ma soprattutto i due mettono a segno rispettivamente 4 triple a testa, sollevando decisamente la statistica di squadra che si attesta sul 14 su 36 (pari al 38,9%). Partecipando con un ottimo 8 su 13 complessivo.
Il supporting si muove di conseguenza, aspettando ancora un Green impreciso al tiro ed accontentandosi di un Caldwell-Pope sempre più terzo violino offensivo, laddove Kuzma alterna buone prestazioni ad altre ai limiti della sufficienza.
Adesso la questione è attendere la vincente tra Houston e OKC, e comprendere quale struttura strategica applicare in conseguenza. Perché se contro i Thunder gli accorgimenti tattici non dovrebbero rivoluzionare di troppo il già visto, contro lo small ball dei Rockets giocare con i due lunghi sarebbe profondamente improduttivo, così come la vena altalenante da tre punti (per usare un eufemismo).
In ogni caso, al momento in poche squadre nella lega sono attrezzate per difendere concretamente su James e AD, soprattutto se mantengono il livello di forma offensiva dimostrato in gara 5.
Questo resta, nonostante tutto, il principale punto di vantaggio dei Lakers sulle dirette concorrenti all’anello. Insieme alla graniticità difensiva, sia chiaro, per la quale serve concentrazione, gambe e soprattutto il coinvolgimento di tutti, anche di chi ricopre il ruolo di incitatore dalla panchina.
A questo proprosito, comunque, tornerà Rondo. Che per quanto non sia esattamente un plus nell’impostazione di una manovra offensiva già monopolizzata da Lebron, porta dalla sua esperienza e partecipazione vocale, che possono funzionare da spinta ulteriore per i ragazzi di Stotts.