Il clamoroso fallimento dei Clippers

Doveva essere una stagione rivoluzionaria, la prima che togliesse il destino dei Clippers dai bassifondi della lega.
Perché non giriamoci intorno: ok lob city, ok la grinta, ok una squadra che nell’ultimo decennio ha spesso e volentieri surclassato per risultati i fratelli-figli-unici dei Lakers, ma nessuno è mai riuscito a togliere dai losangelini l’etichetta di perdenti.
A volte belli da vedere – ed è una discreta evoluzione, rispetto a ciò che rappresentavano nei nineties, e cioè la squadra materasso – ma pur sempre senza anelli. Anzi, senza mai un viaggio in Conference Finals dalla loro fondazione. Zero tituli, per dirla alla Mourinho dei tempi d’oro.

Prima l’arrivo di una stella come Leonard, che porta con sé il presunto amico Paul George (in cambio di Shai Gilgeous-Alexander e Danilo Gallinari, non dimentichiamolo).
Poi uno Steve Ballmer che non solo esulta come se fosse già campione durante il Media Day di inizio stagione, ma letteralmente spazzola ogni giocatore con punti nelle mani in ogni finestra disponibile, durante tutto il campionato. E così tra Trade Deadline e svincolati, arrivano pure Marcus Morris e Reggie Jackson, come se già non bastasse un gruppo in cui gente come Lou Williams e Harell devono sgomitare per trovare spazio (meritandolo, e spesso giocando un ruolo decisivo da sesto e settimo uomo).
Coach Rivers apparentemente si stropiccia gli occhi, dopo aver condotto una squadra operaia ad un’uscita dignitosissima al primo turno contro i favoritissimi Warriors nei playoff 2019. Vedendo aggregarsi due dei migliori giocatori al mondo per acclamazione, e osservando infoltirsi progressivamente un roster già profondo. Il più profondo della lega.
Per tutti (o comunque molti) non ci sono dubbi: i Clippers vinceranno in ciabatte.
E quindi giocheranno senza impegno per gran parte della stagione, con Leonard e George ad abusare del load managment, salvo allacciarsi le scarpette nella conclamata finale di Conference contro i Lakers, umiliandoli prima di passeggiare in finale verso il titolo.
Poco importa se, nel frattempo, la squadra che dovrebbe dominare in difesa, poco si applica. “Quando inizieranno a difendere, non ce ne sarà per nessuno” si dice.
E meno ancora interessa se quel potenziale offensivo diviene uno scollegato alternarsi di isolamenti, diviso equamente tra i possessi mangiati delle due stelle ed i pick and roll tra Harrell e Williams. “Appena avranno quel minimo di esperienza di gioco congiunto, domineranno” si ribadisce. E non è facile considerando che la squadra appare un porto di mare fino alla sospensione per pandemia.

Quando giunge il tempo della Orlando’s Bubble, la squadra perde pezzi a intermittenza, con le uscite (ed i rientri) di Harrell, Williams e Beverly dalla bolla. Sempre quei tre, presumibilmente a capo della fazione “dei vecchi” nello spogliatoio.
Perché ad un certo punto il problema vero emerge, e non riguarda il fattore tecnico che racconta l’assenza di un playmaker o di un centro più adatto del buon Zubac, piuttosto la chimica di squadra.
Ecco, quella non esiste proprio, ed il fatto che fin dall’inizio dell’anno appaiano palesi le disparità di trattamento verso la coppia Leonard/George rispetto a tutti gli altri, si complica con l’arrivo di due personaggi dalla complessa gestione come Morris e Jackson.
Sommateli agli altri tre, quelli della fazione dei “vecchi” e viene fuori un quintetto sulla carta niente male, umanamente da prendere con le pinze.
Al primo turno contro i Mavericks provano a bullizzare un Doncic eroico, che non si spezza davanti alle prepotenze di Morris in primis, contornate dalla risata da iena di Beverly ed i sorrisetti degli altri della banda.
Al secondo turno con Denver, Harrell replica lo stesso atteggiamento con Jokic. Le cose si mettono di nuovo bene, con i favoriti che si portano sul 3 a 1 di vantaggio ed appaiono dominanti.
Poi tre black out: in gara 5 nell’ultimo quarto, ma può essere un episodio. In gara 6 nel secondo tempo, e può rappresentare un campanello d’allarme. In gara 7 per gran parte della partita, con Leonard e George che smattonano e nessuno ad aiutare.
Clamoroso upset dei Nuggets, fallimento roboante dei Clips: i favoriti vengono presi letteralmente a calci in culo, ed escono dalla postseason. Niente “battle of L.A.” in finale di Conference, niente resa dei conti con i Lakers.
Inutile girarci intorno, si tratta di un fallimento incredibile.
Kawhi Leonard sbaglia sostanzialmente l’unica partita dei playoff (e probabilmente della stagione, nelle sfide importanti), ed è subito additato come colpevole. Paul George conclude un anno sotto tono, con una gara indecente in una postseason da percentuali oscene, malgrado le promesse e gli annunci.
Tutto intorno a loro, però, c’è il niente. Quasi che nessuno degli altri abbia voglia di sporcarsi le mani, di provare ad aiutarli. Verrebbe da dire, con un atteggiamento del tipo “visto che vi hanno steso tappeti rossi dall’inizio dell’anno, toglieteci voi da questa merda”.
L’unico che prova un po’ a reggere la baracca è un Harrell motivato nel recuperar terreno, vittima di uno stato di forma ancora da riacquisire, prossimo al dover discutere un contratto importante.
Accanto a lui, JaMaychal Green. Si, teoricamente l’ultimo che ti viene in mente in un roster che conta anche Landry Shamet, tanto per citarne un altro. Eppure un prova a sputar sangue un po’ più degli altri, ed in modo relativo, perché poi il vero problema è che il pallone non entra.
La via del canestro appare lontanissima per quanto – Doc Rivers dixit – i tiri opzionati dai Clips fossero mediamente tutte ottime soluzioni. Certo, rispetto a quanto visto in stagione, e quindi raramente figli di un sistema delineato, ma andrebbe bene lo stesso se entrassero.
Ma anche la difesa funziona poco, con una serie di improbabili (e poco reattivi) raddoppi su uno Jokic trasformato in boa offensiva di Denver, assoluto mattatore dell’incontro con una tripla doppia da 13 assist e soprattutto 22 rimbalzi (career high).
Nessuno discute il talento e la forza di Nikolone, ma concedergli 22 rimbalzi (53 di squadra contro 37) è una fotografia abbastanza nitida di come i Clippers siano scesi in campo in una gara 7.
In modo decisamente insufficiente per attitudine e voglia.

Noi non possiamo sapere molto di più rispetto alle dichiarazioni essenziali dei protagonisti, che si limitano a dire quanto sia mancata la chimica di squadra nella comunanza di intenti, è vero.
Quello che abbiamo visto – e cioè la limitatissima porzione del gioco, che non rappresenta neanche il 50% della realtà di una squadra – può suggerirci che le cause di una debacle simile esulino dai problemi tecnici.
E se il gioco proposto da Rivers non è apparso efficace né appagante (il che non significa “perdente”, almeno fino a quando non esci anzitempo dai playoff), senza ombra di dubbio il condottiero ex Orlando e Boston non è riuscito a gestire le singolarità in spogliatoio.
Anche perché non supportato da leader vocali conclamati, se pensiamo a Leonard e George: due che parlano a fatica con i familiari, figuriamoci immaginarli al top delle gerarchie emotive di gruppo.
Se devi metterti nelle mani di modelli come Pat Bevery o – peggio – Marcus Morris, il problema è decisamente profondo, perché non si tratta né di personalità equilibrate, né  di uomini capaci di dar esempi virtuosi.
Infine, la distanza anche tecnica tra le due coppie in palese competizione (Leonard/George vs Williams/Harrell), crea dei solchi divenuti voragini, alla luce dei risultati.

Come muoversi quindi, in questa off season che si preannuncia piuttosto lunga?
Anzitutto, Harrell è in scadenza e avrà pretese di max. Per quanto si tratti di un fresco sesto uomo dell’anno, firmarlo a cifre altissime può solo intasare il salary cap, riproponendo una situazione evidentemente non produttiva.
In più sia Leonard che PG13 possono uscire dal contratto già nell’estate 2021, prospettiva prevedibilissima se non dovessero arrivare risultati migliori. Il che vanificherebbe gli sforzi fatti da Ballmer e West, che per l’ex OKC hanno sacrificato anche un pacco infinito di scelte future, oltre che due ottimi giocatori sopracitati.
Ripartire da loro destrutturando tutto (anche Morris e Jackson se ne andranno, senza particolari rimpianti) e magari buttarsi per quanto possibile in free agency – provando a scambiare anche Lou Williams se dovesse esser necessario – appare l’ultima spiaggia per cambiare il destino della franchigia.
O meglio, esiste anche l’opzione di riconfermare (quasi) in blocco il gruppo e riprovarci, magari cambiando il manico.
Perché l’altra sensazione molto forte, è che Doc Rivers potrebbe lasciare la guida della squadra, e se non ci fossero sostituti ritenuti degni (in realtà si, perché tante panchine stanno cambiando, e cambieranno). Uno yes man come Tyronn Lue è già lì che scalpita.
Sarebbe una scelta ai limiti del paradossale, ma altrettanto potremmo definire la riconferma di un roster che in sostanza ha fatto acqua, da conclamato favorito alla vittoria finale.
Staremo a vedere quello che succederà, ma si preannunciano mesi caldissimi per quella che – dopo un decennio sostanziale – è ufficialmente tornata ad essere la seconda squadra di Los Angeles, almeno in materia di risultati.