Signori e signore, le Nba Finals

Con un pizzico di tristezza, possiamo finalmente dirlo: abbiamo le due squadre che si giocheranno il Larry O’Brien Trophy per la stagione 2019/2020.
Sappiamo tutti che si tratta dei Los Angeles Lakers e dei sorprendenti Miami Heat, due squadre assolutamente non scontate al rientro della bolla, per quanto i gialloviola partissero fra le favorite stagionali almeno sulla carta. E la spiegazione è circoscrivibile al principale motivo del loro successo, cioè la coppia formata da LeBron James e Anthony Davis. Anche se attorno a quei due, ci sono i meriti del supporting cast, del coaching staff e una serie di motivazioni che sembrano far pensare che si, a 10 anni dall’ultima volta, potrebbe davvero essere il loro anno.
Per quanto riguarda i ragazzi allenati da Erik Spoelstra, impressiona la crescita di un gruppo profondo (non mi stancherò mai di dirlo) – in controtendenza rispetto alla regola (non scritta) per cui servono almeno due superstar per vincere – poco calcolato fino a qualche mese fa, e quindi nella comoda posizione di outsider al momento.
La sfida appare entusiasmante e carica di storie circostanti, perfetta conclusione di un’edizione di postseason destinata a restar unica, inedita, figlia di una circostanza mai vissuta e per questo indimenticabile. Anche perché caratterizzata da numerosi colpi di scena, ultimo fra tutti proprio l’approdo di Jimmy e Bam in finale.
L’incrocio appare per molti scontato a favore dei Lakers, ma se esiste una squadra con giocatori a roster capaci di limitare sia James che Davis, quelli sembrano essere proprio gli Heat. Questione che potrebbe regalarci una serie lunga, carica di spunti e presumibilmente incerta.
Andiamo ad analizzare ciò che ha determinato il cammino di queste due squadre, prima del consueto pronostico. L’ultimo di questo 2020 in relazione alla National Basketball Association.

Los Angeles Lakers
Dicevamo, la magnificenza immortale di King James e la forza sostanziale di AD, appaiono nitidamente come la ragione principale del successo per i losangelini. E non potrebbe essere altrimenti, soprattutto dopo averli visti alternarsi sugli scudi nelle finali di Conference contro Denver, chiuse dopo una gara 5 stellare del numero 23: 38 punti, 16 rimbalzi, 10 assist e un controllo totale sui 48 minuti, a 36 anni di età.
In realtà attorno ad una coppia che potevamo già apostrofare come “ideale” ai nastri di partenza stagionale, c’è un contorno che ha destato più di un dubbio, fin dalla prima formazione.
I giocatori a supporto non spiccano certo per valore, trattandosi in gran parte di personaggi a fine corsa (Rajon Rondo), oppure già dichiarati finiti (Dwight Howard), o ancora mai presi sul serio come decisivi (Javale McGee, Kentavious Caldwell-Pope e, volendo, Alex Caruso). Come se non bastasse, oltre ad un Kyle Kuzma caricato di aspettative in qualità di terzo violino offensivo (e un Danny Green che balisticamente non ha stupito), a metà stagione arriva un personaggio dubbio come Markieff Morris, e con la defezione del prezioso Avery Bradley nella spedizione ad Orlando, il roster si riempie con gli “inutili” J.R.Smith e Dion Waiters.
Insomma, a disposizione di coach Vogel c’è il miglior duo della lega, ma il resto è una scommessa continua.
Eppure il gruppo sembra amalgamarsi subito e bene, palesemente alle disposizioni del buon James, che con l’aiuto del decano Rondo riesce non solo a gestirlo, ma anche a farlo rendere in modo funzionale alla causa.
Grazie ad un lavoro perfetto del coaching staff, la squadra si impone da subito difensivamente, forte di un Davis dichiaratamente tra i migliori per ruolo nella lega.
La sua semplice presenza permette delle modifiche che rendono i Lakers squadra difficile da superare, e per quanto lo scetticismo di AD nel giocare centro desti ancora qualche dubbio, la squadra si qualifica come testa di serie numero 1 ad ovest.
Ma i detrattori continuano a vederli come scollegati, inefficienti ed anacronistici a livello di manovra offensiva, e con più di qualche ragione da portare a riguardo. Nonostante questo, pur avviando le serie playoff in svantaggio (perdono gara 1 sia contro Portland che contro Houston, e solo un miracolo buzzer beater di Davis evita la vittoria di Denver in gara 2), Vogel ed il suo staff dimostrano di saper proporre accorgimenti progressivi, perfettamente recepiti dalla truppa a disposizione.
La run dei Lakers, quindi, lascia pochi dubbi osservandola oggi: tre squadre spazzate via più o meno senza troppi patemi, perdendo solo 3 partite a fronte di 12 vittorie, complice anche il suicidio sportivo dei Clippers che ha negato al mondo la pluri pubblicizzata “Battle of L.A.”

I punti di forza, quindi? Anzitutto delle gerarchie ben determinate e strutturate, importanti perché funzionino bene le squadre di King James. I fondamentali offensivi e difensivi di Anthony Davis. L’esperienza di un Rondo che ancora una volta trasforma le sue cifre con l’arrivo dei playoff, e la sua leadership in campo e in spogliatoio. La grinta di una serie di mestieranti completamente agli ordini di LeBron, come Caruso ed un redivivo Howard, decisivo per limitare Jokic nelle Conference Finals. Infine, una predisposizione al sacrificio difensivo che trascina il rendimento in attacco, imprescindibile se si punta seriamente in alto. Anche perché dopo una stagione tanto lunga e logorante (soprattutto mentalmente, con i lunghi mesi di isolamento dal mondo), diviene decisiva la forza di volontà, e di conseguenza serve ancor di più un gruppo ben amalgamato, motivato nelle prevedibile dedica del successo al compianto Kobe Bryant.
I punti deboli, di contro, appaiono ben conosciuti. Un gioco troppo statico in attacco, spaziature discutibili, una batteria di tiratori non sempre affidabili. Le incertezze di un Kuzma giustamente declassato da “terzo violino” a “onesto sesto uomo”, i pasticci offensivi di Danny Green, il fit confutabile circoscritto alla convivenza in campo tra James e Rondo. Inoltre, il solito dubbio amletico sullo schieramento tattico preferibile: meglio i due lunghi o AD come centro? E infine, il fisico di LeBron riuscirà a reggere 7 eventuali partite, considerato il chilometraggio?
Se mettiamo entrambi gli insiemi su una bilancia, nonostante tutto i Lakers appaiono favoriti. Personalmente continuo a nutrire molti dubbi a riguardo – soprattutto guardando alla run degli Heat – ma anche questo partire con i favori del pronostico, psicologicamente potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Miami Heat
Anche perché quella struttura tanto atipica (per il gioco attuale) quanto profonda che caratterizza Miami, li rende comodissimi outsider, come già detto. E in una stagione tanto particolare, appare paradossalmente un vantaggio.
Veramente in pochi avrebbero potuto pronosticare questa squadra, a questo punto. Soprattutto dopo che – a prescindere da rumors incessanti – in trade deadline sono arrivati due specialisti come Andre Iguodala e Jae Crowder, piuttosto che l’attesissimo Danilo Gallinari.
Uno considerato troppo vecchio e reduce da metà stagione di esilio forzato in quel di Memphis, l’altro mai in grado di convincere alla lunga. Invece, l’inserimento perfetto di questi due 3 and D, ha rappresentato il completamento definitivo per una squadra costruita in modo intelligente, efficace e nello scetticismo assoluto.
Ennesimo capolavoro della coppia formata da Riley e Spoelstra, da standing ovation.
Il mix perfetto tra veterani e giovani underdogs, in cui spiccano un paio di undrafted decisivi per tutto l’arco stagionale (seppur Nunn sia finito fuori rotazione nella bolla), un rookie sorprendente per capacità e attributi come Tyler Herro, e la più sottovalutata delle coppie nella lega. Almeno sulla carta.
Jimmy Butler sta disputando una stagione da incorniciare, sintetizzando in modo concreto tutto quel che di buono ha mostrato in carriera: grinta, leadership e presenza nel crunch time. Bam Adebayo, invece, in pochi mesi è passato da “giovane di belle speranze” a “top player” per la lega, in costante miglioramento per ogni singolo lato del suo gioco.
Sono loro i due pilastri attorno ai quali si fonda il gioco più corale mostrato in stagione, forte di innumerevoli soluzioni offensive e sostenuto da una batteria di tiratori di primo livello (non dimentichiamoci di Duncan Robinson).
E se tutto questo non bastasse, c’è il lato difensivo, la nota più dolente per gli avversari di Finals.
Si perché – almeno sulla carta – gli Heat sono l’unica squadra che ha i numeri per poter difendere veramente su Davis e James, partendo proprio dai valori di Bam e Jimmy. Ma non solo, perché sulle tracce di LeBron potrebbero farsi trovare spesso e volentieri due cagnacci come Iggy e Crowder, che dovrebbero conoscerlo quasi biblicamente, soprattutto il primo.
Secondo il mio umilissimo punto di vista, questo sarà il motivo di interesse principale nella serie, capace di renderla lunga ed imprevedibile, nonostante tutto.
Oltretutto, se ci soffermiamo sui semplici valori espressi anche nella singola postseason, escludendo le due coppie di stelle dai roster è palese il vantaggio di Miami rispetto ai gialloviola, in materia di supporting cast. In questo, Iguodala e Jae rappresentano la punta dell’iceberg, per una squadra che spesso e volentieri utilizza il proprio playmaker come prima opzione offensiva. E non siamo parlando di uno di poco conto, ma del redivivo Goran Dragic, assoluta sorpresa di questa edizione di playoff.
Nessuno poteva aspettarsi le medie (ed il peso specifico in materia di importanza) del trentaquattrenne sloveno, finito a far da cambio di Nunn durante la stagione.
Finalmente, nonostante 13 stagioni nella lega ed una convocazione alla partita delle stelle, l’uomo che ha condotto la Slovenia sul tetto d’Europa a fianco di Doncic acquisisce quella credibilità meritata, mai ufficializzata. Troppo spesso guardato con scetticismo, talvolta gratuito.

E quindi, i punti di forza per Miami sono riassumibili con una molteplicità di soluzioni donata da un roster completo, fatto di ottimi tiratori, grintosi difensori e giocatori capaci di non tirarsi indietro quando la palla scotta. Allenati tra l’altro in modo impeccabile, con la possibilità di pescare un protagonista diverso ogni sera, e per questo difficilissimi da analizzare in sede di game plan avversario.
Come detto in sede di pronostico per le Eastern Conference Finals, sembra davvero un’impresa riuscire a battere 4 volte in 7 partite, una macchina da guerra con una simil struttura. Chiedere a Boston.
Di contro, questo carnet profondissimo di soluzioni può anche rappresentare un punto di debolezza, per quanto le gerarchie siano abbastanza determinate in attacco, con pieni poteri di scelta a Butler nei minuti finali, se la partita arriva in volata.
Certo, per come siamo abituati a guardare i valori nella lega, gli Heat non hanno 2 dei top 5 della lega a roster, e questo dovrebbe rappresentare uno svantaggio piuttosto chiaro. Ma obiettivamente fatico a trovare ulteriori mancanze in ciò che hanno espresso in questi ultimi mesi, considerando quanto i livelli difensivamente elevati di certi siano in grado di ovviare ai limiti di altri.

Il pronostico
Sicuramente verrò smentito dai fatti, ma a rileggere l’analisi appena conclusa, Miami sembra per certi versi la squadra del destino. Contemporaneamente la narrazione circostante ai Lakers – anche soprattutto in seguito alla tragedia Bryant – li rende altrettanto predestinati ad un successo che acquisirebbe connotati epocali, per eco.
Nonostante si tratti comunque di una stagione con l’asterisco, ma non per questo “più facile” a mio avviso. Anzi, l’opposto.
Più che una previsione, quindi, il mio è un augurio: sogno una serie lunghissima, fatta di 7 partite agonisticamente entusiasmanti, non necessariamente di gioco fluido considerando le capacità difensive di entrambe le squadre.
Dovesse andare così, la gara decisiva riproporrebbe un tema tanto annoso, quando interessante: meglio il guizzo dei singoli o la forza di un collettivo?
La storia si è espressa in modo non certo uniforme, e potremmo trovarci in mano altro materiale per propendere verso una tesi piuttosto che l’altra.
Guardando per un attimo alle motivazioni dei singoli, per Jimmy Butler si tratta probabilmente di un’occasione irripetibile, tanto quanto per LeBron James (considerando l’età e le difficoltà che si presenteranno la prossima stagione, con il ritorno in auge dei Warriors e le aspettative attorno ai Nets).
Sarà decisivo, in ogni modo, chi tra Adebayo e Davis vincerà lo scontro diretto, ammettendo che il supporting dei Lakers possa – con fatica – mantenersi in scia con quello avversario.
Io dico Lakers campioni in 7 partite, faticando come mai in questa stagione. Ma sarò ovviamente smentito.