Le gerarchie: il problema più sottovalutato dei Boston Celtics

Boston nella bolla ha fatto capire che la decisione di dare fiducia ulteriore al duo Tatum-Brown è stata più che saggia. Ma ad oggi con un record di 27-26 ed il settimo posto ad est è chiaro a tutti che ci sono problemi abbastanza evidenti. Stiamo parlando comunque di un roster giovane e che comunque ha ancora bisogno di una definitiva battezzazione per essere considerato da titolo, ma è vero anche che da quando le due stelle sono state draftate, rispettivamente nel 2016 e nel 2017, ogni anno c’è stato un imprevisto che ha stravolto in negativo i piani della franchigia del Massachussets. Gli imputati di questo impatto sotto le attese sono come sempre la sfortuna, che a Boston ha già fatto il suo corso negli anni passati, la mancanza di difesa sul perimetro e contro i lunghi elite della lega e le percentuali negative di Kemba Walker, che dopo aver disputato un’annata decente l’anno scorso non sembra ricoprire il ruolo di terza stella adeguatamente, steccando e optando per errate scelte in attacco.

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Ma i problemi non sorgono soltanto nel contorno, anzi. Il modo in cui sono state costruite le fondamenta del rebuilding post Big 3 è azzeccato come pochi nella storia dell’ultimo decennio, tuttavia non è rimasto immutato tutto, specie in relazione alle prestazioni delle due stelle rispetto all’anno scorso. Se infatti Jaylen Brown era sempre considerata la seconda stella rispetto a JT, con prestazioni comunque solidissime , quest’anno si è più volte caricato la squadra sulle spalle e ha sfornato prestazioni anche sublimi, guadagnando la sua prima convocazione all’All Star Game meritatamente. Il bagaglio offensivo della guardia di Marietta è completo e comprende sia attacchi al ferro, sia tiri da 3 sia tiri dal midrange quando serve. Invece il discorso da fare con Jayson Tatum è completamente diverso. Lui è stato la prima stella lo scorso anno e ha incantato a suon di prestazioni ottime e di un’efficienza spaventosa, ma come altri giovani nella lega ( uno su tutti Trae Young) il suo percorso di crescita sta avendo una pausa, che lo porta a non rispettare le aspettative poste su di lui di anno in anno più elevate. Inoltre anche in regular season si sta manifestando il problema che Jt ha avuto negli scorsi playoff e più in particolare nella serie contro Miami, ovvero la capacità di entrare in partita fin dal primo quarto, influenzando in maniera nettamente negativa la costanza delle sue prestazioni, che lo porta a sfornare partite da 53 punti ( career high contro Minnesota) che ci fanno ricordare il potenziale candidato Mvp in the making, alternate a partite pessime, come nella partite contro Mavs e Sixers. Il problema è da ricercare nella testa del 23enne, che da queste situazioni impara a fare lo scattino decisivo per appagare appieno il suo potenziale.

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L’impressione in questa stagione, almeno fino a quando Tatum non si riprenderà mentalmente, è che al vertice della piramide costruita da Ainge ci sia un equilibrio non più stabile tra le due stelle e che se le gerarchie non ritornano a essere ridefinite si rischi alla lunga di arrivare a una versione evoluta del Process di Philadelphia , con le due stelle in contrasto. Ovviamente il mio è un’azzardo voluto, e da qui al Process di Philadelphia ce ne corre, anche perchè entrambi sono intoccabili e hanno sviluppato un’ottima intesa assieme, ma è anche vero che serve un evoluzione dal punto di vista tattico e dello spogliatoio, magari con l’ausilio del leader Smart e soprattutto di Brad Stevens, per dare la scossa a questa squadra in cerca di stabilità.