La serie delle serie #5: Phoenix-Denver e la battaglia già persa in partenza

Come si è potuto vedere sia durante la stagione regolare sia durante il primo turno dei playoff, l’accoppiamento di secondo turno tra Denver Nuggets e Phoenix Suns si prospettava molto interessante, ed effettivamente di spunti degni di nota ce ne sono stati : da un lato vi era una squadra da quest’anno dichiarata come contender, guidata da uno Jokic che ha meritatamente vinto il premio di MVP, ma che durante il corso della stagione ha subito menomazioni importanti – su tutte quella di Jamal Murray, che rientrerà la prossima stagione – tali da non essere più in grado di imporre la propria nel selvaggio West; dall’altro lato vi era invece una squadra che due anni fa non arrivava nemmeno a venti vittorie e che grazie a un campione come Chris Paul è riuscita a battere i Lakers campioni in carica. Il risultato della serie, ovvero un 4-0, per quel che può valere il mio punto di vista è nettamente bugiardo rispetto a quello che si è visto in campo, perchè è vero che nei terzi e nei quarti quarti la squadra di coach Malone è crollata ma è anche vero che in ogni gara almeno fino alla metà del terzo quarto il risultato è stato sempre punto a punto. A minare infatti l’integrità della squadra del Colorado vi sono sia demeriti dei Nuggets che meriti o comunque vantaggi del roster di Coach Monty Williams,

Il punto nevralgico della partita lo si può trovare negli esterni di Denver, in particolare Micheal Porter Jr. e Austin Rivers. La strategia difensiva di Phoenix nel corso della serie si è basata sul lasciare Nikola Jokic in single coverage contro Deandre Ayton e marcando con giocatori veloci e dalla lunga wingspan, come Cameron Johnson, Jae Crowder, Mikal Bridges e lo stesso Chris Paul, gli esterni di Denver e concentrandosi in particolar modo sulle linee di passaggio che potevano costituire un vantaggio per il centro serbo nel trovare il canestro. In questo modo si spinge Jokic a vincere la partita da solo ( e per quanto abbia giocato divinamente, da solo non può fare nulla) e si spingono gli esterni a tentare conclusioni forzate dall’arco, stancandoli in prossimità del finale. L’attacco di Denver dunque è stato strozzato proprio in prossimità del suo punto debole, ovvero la mancanza di una guardia ( possibilmente la versione vista nella bolla di Murray) che non solo segni ma che attiri le attenzioni della difesa in modo da generare spazi per i tiratori. Phoenix è stata brava a sfruttare i punti deboli di un ancora inesperto Porter Jr, che troppe volte tende a forzare tiri in alcuni casi senza un senso. Questa cocente sconfitta comunque non verrà solamente a nuocere, in quanto il giovane esterno dei Nuggets con il tempo passato da terza stella ha assorbito molta esperienza da usare nelle prossime stagioni.

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Se l’attacco di Denver ha performato sorprendentemente male, la difesa sicuramente non è stata da meno, Denver con questo roster molto ridotto è riuscita a superare Portland perché l’attacco della squadra dell’Oregon si basava su isolamenti di giocatori incostanti e la difesa era messa peggio di quella della franchigia del Colorado. Ma se nel secondo turno ti ritrovi la terza difesa più forte tra le squadre rimaste e che in attacco presenza molte opzioni soprattutto perimetrali allora si va facilmente in difficoltà. Il problema della difesa di Denver non si trova nella single coverage ma è correlato al contesto di squadra, squadra in cui manca un giocatore proprio come CP3 che difende e innalza il livello difensivo dei compagni. Ci sono stati momenti della partita in cui giocatori come Cameron Payne e Cameron Johnson hanno causato danni notevoli al punteggio, con Deandre Ayton che atleticamente è una spanna sopra Nikola Jokic e con Paul e Booker che hanno sfruttato i mismatch alla perfezione. E questa situazione va a dipendere dalla perdita sottovalutata di Jerami Grant, che a prescindere dall’apporto offensivo che ha dato questa stagione a Detroit in difesa rappresentava un fattore per Denver.

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Infine a lungo andare ha inciso la grande differenza in profondità di roster tra le due squadre. Denver più volte ha giocato con una rotazione a otto contro la rotazione a nove o a dieci che ha lungo andare ha permesso a coach Monty Williams di avere il coltello dalla parte del manico per tuttala serie. Con le dovute proporzioni questa serie ricorda tanto la serie tra Boston e Miami, dove Boston era la favorita per passare ma ha perso per l’incapacità delle sue stelle di entrare in partita, per la difesa e per la lunghezza di una squadra che ricorda tanto i Phoenix Suns. La differenza sta nel fatto che questi Suns potenzialmente possono essere ancora più forti di quegli Heat e potrebbero tentare ( salvo che i Clippers riescano a centrare le finali di Conference) l’approdo alle Finals per soddisfare le speranze di titolo di una città che il titolo non lo ha visto mai. Per Denver c’è rammarico rispetto a quanto si è ottenuto individualmente, però ci sarà sicuramente tempo e modo per rifarsi, vista l’età e comunque il talento del roster che è innegabile,