La serie delle serie #6: non tutto il male viene a nuocere.

Dopo essersi conclusa con uno sweep la serie tra Nuggets e Suns è giunta al termine anche la serie tra Utah Jazz e Los Angeles Clippers, e se si può descrivere con un aggettivo l’andamento di questo confronto diretto tra il primo e il quarto seed a Ovest sceglierei indubbiamente inaspettato, sia per quello che riguarda la condizione fisica, sia da un punto di vista psicologico, troppo sottovalutato, sia per quello che concerne il modo di giocare dei singoli e della squadra. Come si è potuto ben vedere le prime due gare sono state vinte dai Jazz attraverso episodi nel finale e con una prestazione nel complesso ottima della squadra di coach Snyder, che da un lato ha dimostrato l’efficienza del gruppo come risultato di un lavoro comune e dall’altro ha visto la consacrazione di un giocatore, Donovan Mitchell, che al netto di infortuni sarà un protagonista assieme a Zion, Young, Booker e Doncic della lega che verrà. Delle sue prestazioni da 35 punti di media nella post season colpisce non tanto il suo fiuto del canestro, che a dire la verità aveva stupito e non poco nel primo turno della bolla dell’anno passato, ma la varietà delle soluzioni che lo rendono un giocatore ( considerando esclusivamente il lato offensivo) potenzialmente più completo di giocatori a cui spesso e volentieri è stato paragonato, su tutti Dwayne Wade, che per altro sta rappresentando per lui un mentore che alla lunga lo porterà a fare il definitivo salto di qualità per la grandezza. Sulle sue sorti ( e alla fine anche su quelle di Kawhi ) è dipeso l’andamento della serie, ed è a partire dal suo infortunio alla caviglia che il perfetto e oleato sistema di ingranaggi dei Jazz ha cominciato ad arrugginirsi, e questo perché Mitchell è un grande passatore e perché su di lui pendono sempre raddoppi che liberano tiratori sugli scarichi ai vertici della lega come Ingles e Bogdanovic. Inoltre, come si è visto anche per l’anno scorso, il punto debole di Utah si trova ancora una volta negli infortuni che hanno comportato una mancanza dal punto di vista della varietà di impostazione offensiva, con la squadra di Snyder che ha subito tanto l’assenza di Mike Conley che ha saputo rendere il gioco molto più fluido di quanto non lo fosse già in stagione regolare.

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Ma la chiave della partita e oserei dire il sassolino che ha inceppato gli ingranaggi perfetti della squadra con il miglior record della lega è stata la difesa a zona dei Clippers. Così Donovan Mitchell al termine di gara 2 ha affermato : “Quando loro hanno difeso a zona, le nostre spaziature hanno perso efficacia. Abbiamo smesso di generare stop difensivi e non eravamo più in grado di attaccare in transizione. Abbiamo preso un pugno ma siamo stati bravi a ricompattarci.” . L’attacco di Utah in ogni azione si basa sulla conduzione di palla da parte di uno degli innumerevoli palleggiatori della squadra, che sia Ingles, Conley, Mitchell, Bogdanovic o Clarkson, con uno degli esterni e l’ala piccola che si piazzano all’angolo per ricevere e sparare da tre, in alcuni casi lasciando che il portatore di palla conduca un isolamento oppure alternandosi con lo stesso per il possesso, e tutto questo mentre Gobert si trova in area e Niang o Royce O’Neale si piazzano dall’arco in cerca di ricezione. Una difesa a uomo non sarebbe dunque opportuna in quando la rotazione degli esterni si alterna in continuazione e i giocatori sono abbastanza fisici da portare un blocco e lasciare indietro il difensore. Quando però i Clippers si sono messi a zona, gli angoli sono stati occupati e nelle altre zone oltre l’arco la difesa è stata affidata a Leonard e George che sono due difensori eccelsi, in questo modo le triple sono andate comunque a canestro ma con percentuali nettamente più basse, limitando giocatori pericolosissimi come Clarkson che dal cilindro possono pescare di tutto, Per Utah dunque si conclude una stagione comunque sorprendente ma finita in maniera più brusca dell’anno scorso, incisa molto probabilmente dalla composizione di un roster che non è di per sé adatto a reggere una playoff run fino in fondo di per sé e che ha speso molte energie in una regular season compressa e che inevitabilmente ha causato il tracollo fisico. Il bisogno primario per la squadra di Salt Lake City è quella di rendere il roster più profondo ancora mantenendo gli ingranaggi ancora più oleati permettere a degli ottimi titolari di reggere questi momenti fino in fondo.

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E arriviamo ai Los Angeles Clippers, che arrivano per la primissima volta in finale di conference senza la loro stella, che purtroppo sembra essersi lesionata il legamento crociato anteriore ( anche se la notizia va confermata dai media), e nel modo con cui Denver li aveva resi protagonisti di un upset l’estate prima, vincendo con uno svantaggio nel terzo quarto di venticinque punti. Terrence Mann è stato indubbiamente il mattatore della serata con i suoi trentanove punti che hanno portato alla rimonta e hanno diretto il momentum nelle mani della squadra di coach Tyron Lue. Un giocatore che fino all’anno scorso faceva la trafila in G-League e che è riuscito a cucirsi uno spazio nella lunghissima rotazione dei Clippers dando il suo notevole contributo sia in difesa che in attacco e facendo capire al mondo che la squadra di Los Angeles quest’anno sembra insperatamente compatta. Compattezza che viene fuori in questi momenti cruciali, quando l’anno scorso la squadra di Doc Rivers fu affossata sotto i colpi di Murray e Jokic, e che ha debilitato squadre che hanno fenomeni ma che basano la loro rendita esclusivamente su meccanismi facilmente prevedibili come i Mavericks e i Jazz. Questa finale di Conference si può definire come una piccola rivincita per tutta quella serie di giocatori che sono stati additati di non avere chimica e di non saper reggere la squadra o più semplicemente di offrire il proprio apporto nei momenti clou della serie, uno su tutti Paul George, per cui le critiche si sono sempre sprecate. Il problema di George ( se lo si definisce come un problema) è quello di non esibirsi in giocate spettacolari o di prendersi buzzer beater spettacolari, occupandosi di quello che è il lavoro sporco ovvero difesa, punti in isolamento e altre piccole cose che fanno la differenza ma sottotraccia. E nell’occuparsi di questo lavoro sporco che George più volte si è ritrovato dal lato sbagliato della storia, additato come difensore pessimo nei buzzer beater dei vari Lillard, Booker e chi ne ha più ne metta. Offensivamente parlando poi sono convinto che George non sia quasi mai venuto all’occhio per il semplice fatto che ha spesso giocato con star ball dominant e che si distinguono per soluzioni molto spettacolari come Westbrook e Leonard, che lo hanno portato a fornire i suoi venticinque anche trenta punti a partita come sempre sottotraccia, ricevendo nessun riconoscimento se non critiche per essere risultato nullo ai playoff ( cosa su cui avrei da ridire perchè nelle ultime stagioni George ha subito infortuni alla spalla che lo hanno portato a non essere incisivo). La sua gara 5 ha fatto capire a tutti che il giocatore è sempre quello che abbiamo ammirato a Indiana, ma che più volte ha scelto di sacrificare il suo ego in nome del risultato finale, che si auspichi possa portare alle Finals questi Clippers.

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