La serie delle serie #8: perché questi Atlanta Hawks sono sopravvalutati

(Articolo scritto prima di gara 2 delle Conference Finals) Se si deve trovare una franchigia all’interno delle sedici che hanno dato il via ai playoff che più ha stupito almeno fino a ora, gli Atlanta Hawks sono sicuramente tra le prime che possono venire in mente. La squadra di coach McMillan infatti sta conducendo la serie con i Milwaukee Bucks per uno a zero ed è reduce da un percorso che veramente in pochissimi avevano pronosticato, visti i potenziali limiti del roster e alcune controversie all’interno dei membri dello spogliatoio. Il passaggio del primo turno contro degli ostici Knicks e il passaggio del secondo turno contro dei molto più quotati Sixers ci deve sicuramente far riflettere, e ci deve spingere noi come anche tutti gli addetti ai lavori a dare un’occhiata più attenta a questa squadra sia ora che per gli anni a venire. Il sentore generale è che questa squadra non è affatto disfunzionale al gioco della postseason e che anzi disponga di parecchie opzioni in attacco che permettono di dare pochi punti di riferimento alle difese e di una difesa che limita all’estremo le conclusioni più redditizie grazie a più che discreti interpreti perimetrali e al ferro. Tuttavia, quella che voglio fornire oggi è una chiave di lettura diversa, che non toglie nulla al percorso degli Hawks bensì sottolinea come alla base di questo cammino vi sono in gran parte demeriti degli avversari e una serie di coincidenze infauste che hanno indubbiamente favorito tale percorso, partendo dal primo turno fino ad arrivare alla gara uno delle finali di Conference.

Il primo turno contro i Knicks è stata l’espressione in nuce di quella che è la filosofia del loro allenatore, Tom Thibodeau, con tutti i lati positivi e negativi che derivano da essa. La storica squadra di New York quest’anno si è caratterizzata per una difesa a dir poco asfissiante ma allo stesso tempo molto scommettitrice, che gioca molto sul battezzare da tre le guardie avversarie e sul limitare il più possibile le conclusioni facili al ferro. E contro questa difesa è normale che Atlanta si ritrovi inevitabilmente a suo agio, disponendo di uno star power ( a livello offensivo ) che è secondo solo a quello dei Brooklyn Nets, ed è normale che un giocatore come Trae Young che basa lo scoring personale specialmente su conclusioni dalla lunga distanza sia stato il protagonista della serie. New York non è mai riuscita a trovare una soluzione al suo arsenale cestistico, non solo perché è un attaccante che può sia ottenere i suoi punti in corsa che in isolamento, ma anche e soprattutto perché sa innescare in caso di raddoppi i suoi compagni, che a turno hanno la loro partita buona come Gallinari, Collins, Bogdanovic e Huerter, che sanno tutti tirare bene da tre.

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La conseguenza di questo atteggiamento offensivo deve essere per forza di un’altrettanta potenza di fuoco altrimenti si rischia di imbeccare parziali netti già dal quarto quarto, ed è ciò che i Knicks non sono riusciti a fare per una serie di motivi. In primo luogo perchè sul principale scorer della squadra, Julius Randle, è gravato un peso che in termini di energie è difficile da sostenere e dunque è bastata la marcatura di Collins con eventuale raddoppio per togliere quasi tutte le opzioni offensive della squadra della Grande Mela. In secondo luogo Derrick Rose nonostante gara 2 ha trovato molte difficoltà nel concludere al ferro, che rappresenta la prima fonte di scoring, venendo spesso stoppato da Capela più e più volte. Se dunque alle due opzioni offensive in difficoltà evidente aggiungiamo un coach non preparato in attacco come lo è in difesa e il resto dei giocatori che è dipendente dagli scarichi Randle allora puoi anche avere la giornata giusta al tiro ma la serie non la vinci mai.

IL discorso relativo al secondo turno contro i Sixers è invece molto diverso. Io sono convinto che nonostante questo Trae Young e nonostante quella gara uno finita in maniera rocambolesca per la squadra di coach Mcmillan la serie sarebbe finita molto probabilmente quattro a uno per Philadelphia, a condizione che il tasso di infortuni sia pari a zero e che ognuno faccia la propria parte. La questione è che in questa serie togliendo Joel Embiid e Seth Curry, che ha fatto di più di quanto gli si chiedeva reggendo l’attacco, nessuno è stato all’altezza, dall’allenatore fino al peggiore della serie, Ben Simmons. Su Doc Rivers sto cominciando a pensare ( e non sono l’unico ) che nonostante le ottime competenze relazionali sia un allenatore molto carente e che subisca molto la pressione dei playoff. E’ vero che questa affermazione può sembrare a voi lettori come la scoperta dell’acqua calda visti i banchi di prova più volte non retti dall’allenatore, ma è vero anche che bisogna aspettare e valutare al meglio le circostanze prima di dare una conclusione finale; Tobias Harris è stato abbastanza incostante nella serie, e considerando che il colpevole principale non tira non ci si può affidare a lui come seconda opzione offensiva; la difesa è stata inevitabilmente compromessa dal menisco rotto di Embiid, che non ha saputo esercitare una buona difesa al ferro dovendo reggere l’intero attacco di Phila quasi da solo, ma negativa è stata la prova di Ben Simmons che da difensore appartenente al primo quintetto Nba ha guidato una difesa con discreti interpreti ma che sul finire delle gare ha subito delle rimonte da brividi; e sempre Ben Simmons è il protagonista negativo in attacco, sia dalla linea della carità dove i suoi liberi hanno condannato i Sixers soprattutto nel finale sia dal campo dove non ha praticamente mai tirato in alcuni casi passando la palla preferendo agli appoggi al ferro delle conclusioni al ferro contestate dai difensori di Atlanta. Il problema è esclusivamente psicologico, e implica la fine del Process iniziato nel 2016, che di questo passo passa dallo scambiare Simmons per un all star dello stesso valore di mercato con conseguenze positive di un ragazzo che sembra avvolto da una morsa psicologica fortissima e della franchigia che può così ambire al titolo in maniera più concreta.

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E arriviamo alla gara uno vinta dagli Hawks contro i Bucks. Gara uno anche nelle finali di Conference quasi mai fa testo e in questo caso i Bucks hanno avuto la possibilità in più possessi di vincere la partita, nonostante delle percentuali basse di Middleton e Connaughton. In più va considerato che i Bucks tornavano da una gara sette di entità parecchio superiore di quella giocata da Atlanta e ci vuole almeno una partita sia per i giocatori che per l’allenatore per adattare la difesa a quella degli avversari. I quarantotto punti di Trae Young sono gonfiati da una difesa in drop coverage da parte dei lunghi dei Bucks che ha facilitato il play di Atlanta che di per sé era in giornata, tuttavia questi quarantotto punti nel corso della serie difficilmente li rivedremo soprattutto se Holiday si mette a marcare fisso Young senza cambiare nelle rimesse, ostacolando così non solo la principale fonte di scoring, ma anche e soprattutto le altre fonti offensive che dipendono tassativamente da lui.