La serie delle serie #9: Perché questa stagione non si può definire falsata.

Nella breve attesa che ci separa da gara 1 delle Nba Finals è più che giusto concludere questa rubrica di approfondimento e/o di riflessione sui playoff con qualche considerazione finale su quella che è stata la competizione in sé sia ad Est che ad Ovest. Il proposito di questo articolo in particolare è quello di soffermarsi sul ramo della Western Conference, che ha visto uno sconvolgimento di equilibri mai visto in così grande scala nella storia recente del basket americano. Tutte le franchigie che agli occhi degli addetti ai lavori avrebbero dovuto contendere o quanto meno puntare alle Conference Finals non hanno rispecchiato le aspettative prefissate e tanti sono stati gli upset in misura più o meno clamorosa e compiute prevalentemente da underdogs. Queste franchigie nonostante i differenti contesti presentano un denominatore comune alla base della loro uscita ai playoff ovvero l’altissima percentuale di infortuni che ha minato l’integrità fisica in particolare delle superstar, le personalità che dovrebbero in teoria decidere partite e serie. E nessuno ne è rimasto escluso, sia a livello di franchigia che a livello di singolo: per i Lakers c’è stato l’infortunio di Anthony Davis in gara 6 e un Lebron che non era nemmeno al cinquanta per cento viste le ricadute alla caviglia; per i Nuggets c’è stato l’infortunio season ending di Jamal Murray che ha influito nei finali di partita oltre che nella rotazione di Denver; per i Clippers Kawhi Leonard ha dovuto rinunciare a giocare le conference Finals a causa della rottura del legamento crociato anteriore mentre per i Jazz Conley e Mitchell più volte hanno mancato l’appuntamento con la post season; infine anche i Suns hanno rischiato di uscire al primo turno a causa dell’infortunio alla spalla di Cp3. Questa cadenza eccessiva di stop fisici dagli addetti ai lavori è dovuta ai ritmi forzati che Adam Silver ha dovuto adottare per riparare i danni causati dalla pandemia di Covid-19. Di conseguenza per molti questi playoff, a Est come a Ovest, sono più che mai falsati e l’anello non varrà come negli anni precedenti , visto che con una condizione decente da parte di tutti molto probabilmente gli attuali vincitori sarebbero usciti molto prima. In verità questa affermazione è alquanto inesatta e tale inesattezza può essere dimostrata con esempi da passato ma anche con le contraddizioni che caratterizzano il nostro modo di pensare.

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Innanzitutto perché arrivare a giocarsi un anello se non vincerlo non è minimamente facile e occorre sempre un mix di qualità, tattica ma anche se non soprattutto fortuna. Abbiamo avuto la prova in questa stagione di come un singolo problema fisico possa cambiare le sorti di una serie, ma alla fine tali problemi fisici si sono ripresentati allo stesso modo nei playoff precedenti. Per esempio possiamo benissimo osservare i playoff della stagione passata e notare che c’è stato un cospicuo numero di stelle a saltare partite, da Giannis a Gordon Hayward, passando per Westbrook e Paul George fino ad arrivare a Oladipo, Ben Simmons e Porzingis. Gli infortuni, nel bene o nel male, fanno parte del gioco e lo sa bene il vincitore della Western Conference Chris Paul, che nel momento in cui ha conteso il titolo con la sua squadra si è sempre infortunato nel momento decisivo, basti pensare al problema di Gara 7 del 2015 del primo turno contro gli Spurs quando dovette saltare il secondo turno contro i Rockets, ma anche l’infortunio in gara 5 contro i Golden State Warriors nel 2018 che portò la sua squadra a perdere a gara 7 nelle Conference Finals. La Nba è un’organizzazione che si basa sull’equilibrio competitivo e sulle singole circostanze che permettono ai singoli di poter giocarsi la vittoria finale, in modo tale da fornire un prodotto variegato e ai fini dello spettacolo. Alla fine si tratta di uno spettacolo differente, con l’asterisco chiaramente perché è una situazione nuova, ma si tratta pur sempre di spettacolo, che ci permette anche di vedere scenari che magari non avremmo mai potuto pensare ad esempio l’apparizione dei Phoenix Suns alle Finals così come vedremo alle finals i Milwaukee Bucks, su cui tanti dubbi gravano e difficilmente avranno un’occasione così ghiotta per portare a casa il Larry O’Brien Trophy.

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Colgo inoltre l’occasione che mi concede questa stagione per farvi soffermare su un concetto che molti sottovalutano e di conseguenza viene spesso trascurato. Qualche mese fa, all’inizio di questo piacevole percorso sullo studio della Nba, mi sono soffermato su ciò che rappresenta il fenomeno dei super-team, che da sempre ha caratterizzato la lega di basket più famosa al mondo e che continuerà a palesarsi negli anni a venire, non senza polemiche. E’ probabilmente dal 2007, quando i San Antonio Spurs dei Big 3 e di Gregg Popovich sfidarono i Cavs di un giovanissimo Lebron James, che assistiamo a una finale senza un conclamato superteam, considerando che i San Antonio Spurs erano una corazzata ma comunque costruita con metodi tradizionali e non da più stelle che decidono di unirsi assieme. Perciò ci ritroviamo tra le mani un’occasione probabilmente più unica che rara che ci permette almeno per una volta di placare le lamentele verso un mondo sportivo che è governato dalla volontà dei giocatori più che dalla volontà di un team. Quindi anche se quanto detto può sembrare paradossale gli infortuni in questo caso ci hanno regalato una finale autentica e probabilmente molto combattuta tra due squadre che si possono considerare alla pari visto quanto hanno dimostrato. Bisogna dire infatti che togliendo la finale del 2013 non c’è mai stata nell’ultimo decennio una finale combattuta fino all’ultimo ( nulla togliere al miracolo del 2016, ma ho seri dubbi sul fatto che quella serie sarebbe continuata senza la porcata di Draymond Green e l’infortunio di Bogut), e l’imperativo diventa dunque “carpe diem”, cogliere l’attimo e gustarcelo fino a che non finisce.