NBA FINALS 2021: l’harakiri di Phoenix e alcuni spunti per gara 6

9 luglio 2021, si è appena giocata gara 2 delle Nba Finals tra Bucks e Suns e la serie non promette una lunga durata, visto il 2-0 per i secondi e considerando una Milwaukee che litigava con le percentuali oltre che una Phoenix che straripava attraverso una circolazione di palla che ricordava vagamente i San Antonio Spurs dell’ultimo anello. Ebbene, sono passati dieci giorni e le Nba Finals sembrano scontate, già concluse e dirette verso la vincitrice, che però è la stessa che era sotto per due partite a zero nella serie. Guardando ad occhio gli ultimi episodi della serie non mi viene da pensare solamente a quelli che sono stati i meriti di Milwaukee, di cui si è discusso in parte nell’ultimo episodio della rubrica “La serie delle serie”, ma anche ad una serie di circostanze che hanno inceppato la macchina quasi perfetta orchestrata da coach Monty Williams e da Cp3. Non si parla in questo caso solo di errori commessi dai giocatori in campo, quanto anche di una questione di tipo mentale e fisica in un certo senso, e che si trascina da tempo rischiando di causare l’uscita, per certi versi inaspettata, della sorpresa della stagione.

Ma andiamo al dunque. Nel bene e nel male uno degli aghi della bilancia di questa serie è indubbiamente Deandre Ayton, un giocatore che negli ultimi anni si è sempre caratterizzato per una certa immaturità soprattutto fuori dal campo e che solo in questi playoff sta venendo alla ribalta. Sappiamo bene che la sua lunghezza, la sua mobilità laterale e la sua rapidità sono l’unico motivo ( Crowder e Craig permettendo) per cui Giannis non riesce a concludere ogni gara di NBA Finals con quaranta se non addirittura cinquanta punti con un’efficienza dal campo sul settanta per cento. Il problema è che in una serie contro un avversario che fa della solidità difensiva ma soprattutto della tenuta mentale il suo punto di forza devi farti trovare pronto psicologicamente e le sbavature te le puoi concedere al massimo una volta per gara al massimo. Tante, purtroppo, sono state le dormite difensive in alcuni casi imbarazzanti da parte di Ayton, colpevole di aver peccato di indolenza nel momento in cui bisognava ritornare causa contropiede e anche di poca convinzione nel momento in cui interveniva, lasciando addirittura un giocatore poco mobile come Brook Lopez schiacciare indisturbato a canestro.

Il problema si pone soprattutto perché Ayton, così come la maggior parte del roster di Phoenix, è alla prima apparizione ai playoff in carriera e trovarsi davanti un avversario mentalmente preparato non solo al trovarsi in una situazione di svantaggio ma anche al perdere ripetutamente non è facile per nessuno. Oltretutto, nonostante abbia dimostrato che ai playoff può reggere contro i pari ruolo di spessore, ancora si tratta di un giocatore al terzo anno nella lega, dunque è normale che possa perdere le staffe facilmente perseverando nella prestazione negativa. L’ago della bilancia in questo caso è Monty Williams, che deve essere preparato non tanto tatticamente quanto nel saper gestire l’ego e l’animo altrui, per mettere a proprio agio un giocatore che ha tutte le potenzialità per diventare il miglior centro della lega e di cui spesso non si parla. Celebre è stato l’intervento del coach ex Pelicans nel timeout di gara 2, dove ha detto ad Ayton: “Sei in un momento no perché hai posto l’asticella troppo in alto per te. Puoi dominare la gara anche senza guardare all’apporto statistico.”

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Proseguendo, si può benissimo constatare che ciò che ha portato alla vittoria Phoenix nelle prime due gare è stata la splendida circolazione di palla sopra citata, coadiuvata dalle capacità eccezionali nello scoring di Chris Paul e di Devin Booker. Come ho anche accennato prima, parecchi appassionati hanno paragonato questa circolazione di palla a quella dei San Antonio Spurs dell’ultimo anello, che al tempo distrussero i favoriti Miami Heat nelle Nba Finals con scarti di venti o trenta punti a partita. La questione è che mentre quei San Antonio Spurs protrassero il loro stile di gioco per tutte le gare delle Finals, in questa gara 5 soprattutto nel terzo quarto la fluidità offensiva si è ridotta completamente a zero, con i possessi che venivano gestiti dando palla a Devin Booker e lasciando che lui inventasse qualcosa di illogico, il che ci può stare ma è anche vero che molti tiri di DBook, per quanto quest’ultimo sia un fenomeno, sono tiri poco remunerativi e con tendenza alla bassa percentuale, di conseguenza è normale aspettarsi che nel momento in cui la lucidità fisica e mentale cala allora l’attacco di Phoenix è completamente nullo. Va ribadito che la difesa di Milwaukee ha limitato all’estremo la fonte principale di canestri, ovvero l’attacco dal pick&roll, diminuendo il minutaggio di Lopez ed evitando il più possibile i cambi difensivi, ma è anche vero che persistere su questo tipo di offensiva quando si rischia molto probabilmente di subire gli avversari difensivamente non è la cosa migliore, e come disse Chauncey Billups in merito all’attacco dei Lakers ( molto simile a quello dei Suns nel terzo quarto) nel 2004, basato sui tiri di un Kobe che non faceva prigioneri: “Quando cominci a giocare così, sei finito-ti stai consegnando nelle nostre mani. Anche se cominci a realizzare quei tiri, sei finito”.

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Come ultimo aspetto, va fatto presente che una squadra dalla manovra offensiva oleata non esiste se non c’è un ottimo playmaker a gestire i ritmi. Quegli Spurs avevano tanti palleggiatori oltre che due interpreti sopraffini come Parker e Ginobili, così come i Suns hanno Chris Paul, che però pur essendo il “Point god” per merito sta giocando come l’ombra di sé stesso, La ragione? Ciò che rimane degli infortuni alla spalla e al polso manifestatisi nelle precedenti serie e che stanno influenzando di molto Phoenix. Il problema non si manifesta tanto in aspetti evidenti come la meccanica di tiro, quanto nella capacità di andare oltre la marcatura difensiva e di riuscire a indirizzare il momentum della partita a proprio favore dettando lo spartito del match, con la conseguenza che Cp3 soffre la marcatura eccezionale di Jrue Holiday, che gli toglie tutte le vie per segnare facilmente, in alcuni casi battezzandolo dalla linea dei tre punti.

Ciò che dunque si può evincere da queste sfaccettature che hanno contraddistinto in negativo gara 5 è che di fronte a quello che sarà il match point per Milwaukee certi errori non si possono più ripetere se si vuole arrivare a gara sette. Conteranno molto le percentuali da ambo ai lati soprattutto per quanto riguarda le conclusioni dall’angolo, che in gara 4 e 5 hanno costruito il vantaggio di Milwaukee. Di conseguenza, per vincere questa gara Milwaukee non solo deve continuare a rendere poco efficiente la fonte di gioco di Phoenix, ma deve sperare che giocatori come Portis, Forbes e soprattutto Pat Connaughton ( vero eroe delle vittorie di Milwaukee) siano nella serata giusta, eventualità che sarà favorita soprattutto dal fattore campo che fino ad ora ha regalato gioie alle renne del Wisconsin. Allo stesso modo, per avere maggiori possibilità di vittoria servirà che il supporting cast dei Suns, in particolare Payne, Johnson e Crowder, salga di livello fornendo l’aiuto che Booker e Paul non possono sempre dare. Infortuni permettendo, sarà una gara molto combattuta, con una Phoenix che probabilmente giocherà come se non avesse nulla da perdere e con una Milwaukee che sarà fomentata dal pubblico del Fiserv Forum. Tendo a dire che questa serie finirà per decidersi in gara 7, però occhio ai colpi di scena e alle decisioni dei due allenatori, per una partita a scacchi d’altri tempi.